Matteo Righetto (Padova, 29 giugno 1972)
direttore di "Scuola Twain"
promotore "Venezia-Nordest Capitale Europea della Cultura 2019"
direttore artistico di "Sugarpulp", festival letterario internazionale
opinionista culturale per alcuni quotidiani del Gruppo Espresso
narrativa:
BACCHIGLIONE BLUES, romanzo (Perdisa Pop), 2011
CLOUDY WATER, racconto in "Venice Noir" (Akashic Books, New York), 2012
SAVANA PADANA, romanzo (TEA), 2012
LA PELLE DELL'ORSO, romanzo (Guanda), 2013
L'ULTIMO GIRO DI GIOSTRA, racconto (Guanda), giugno 2013
Matteo Righetto è rappresentato dalla Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency (www.pnla.it)


Joe R. Lansdale
Massimo Carlotto
Giovanni Pacchiano, Il Sole 24 Ore
"Vi dimenticherete la magnificenza dell'arte di Venezia, l'architettura e la musica, e in questo tour della città approfondirete le più oscure profondità dell'acqua. Le 14 storie di questa solida antologia noir pubblicata da AkashicBooks (casa editrice di Brooklyn) rivelano una Venezia dove gli indigeni si danno da fare per guadagnarsi da vivere, come nello stupendo "Cloudy Water" di Matteo Righetto, una cupa e cruenta vicenda di vongole tossiche e bande della criminalità organizzata. Una storia mozzafiato." Publisher Weekly, New York
"Abbiamo anche noi il nostro Quentin Tarantino. No, non fa film, scrive. Si chiama Matteo Righetto." - Giovanni Pacchiano (Il Sole24Ore)
Sembra di essere nella Louisiana occidentale, tra fischi di pallottole e uomini senza coscienza. Siamo invece in Italia e questo non è un film. Lungo il corso selvaggio di un fiume in piena, in mezzo a campi di barbabietole, vecchi sfasciacarrozze e cascine abbandonate, tre balordi sequestrano la giovane moglie di un industriale dello zucchero. L’uomo decide allora di risolvere a suo modo la questione, assolda una seconda squadra di banditi e presto la situazione precipita in una serie inarrestabile di colpi di scena. Questa è la profonda provincia rurale del nord-est, dove si annidano personaggi tanto grotteschi quanto verosimili, criminali sprovveduti, bifolchi fuori controllo e proprio per questo capaci di tutto. Da una delle voci più decise del pulp italiano, un romanzo pirotecnico ed esilarante che è pura miscela esplosiva.
"Savana Padana è un razzo nel culo della letteratura italiana. Matteo Righetto non fa sconti con il suo debutto letterario e tira fuori un romanzo che ha i sapori e gli odori di un Veneto crudo e selvaggio, dominato dagli istinti primordiali e da una visione western padana da lasciare senza fiato." - Matteo Strukul (Sugarpulp)
Il Brenta da una parte, il Piovego dall’altra. Due corsi d’acqua stringono a tenaglia una terra piatta umida e tignosa dove l’afa d’estate è mortifera. Tra queste campagne c’è San Vito Oltrebrenta. Una chiesa, tre condomini e qualche villetta su una strada lunga e dritta che spacca in due l’intero paese. Con un bar da una parte e uno dall’altra. In mezzo, cinesi, zingari, una banda scalcinata di delinquenti locali, una statua di Sant’Antonio e un carabiniere che crede di sapere il fatto suo. Un romanzo che gioca con i dialetti, i colori, il sangue e le corrotte geometrie umane e sociali di una terra epica.
Sugarpulp un mash-up/cross-mediale tra libri, fumetto, cinema e serie TV. #sugarpulp
“Appaloosa”, opera seconda da regista – dopo “Pollock” – di quel magnifico attore che è da sempre Ed Harris, è uno degli ultimi grandi western dell’era moderna. Un film che, sulla scia di titoli come “Gli spietati” di Clint Eastwood o “Terra di confine” di Kevin Costner, riesce a rendere giusta gloria al genere ed esserne, allo stesso tempo, degna elegia.
Ritmato da un racconto classico e di ampio respiro, illuminato dalla bellissima fotografia di Dean Semler, quello di Harris è un western malinconicamente d’altri tempi, ma insieme urgentemente attuale nella scelta di argomenti alti e universali. Argomenti e temi come l’amicizia virile, il peso e la responsabilità delle proprie scelte e, soprattutto, le radicali rinunce a cui si è costretti nel voler essere fino in fondo coerenti con sé stessi e con le proprie più intime convinzioni.
”Appaloosa” , sceneggiato da Ed Harris e Robert Knott dal romanzo di Robert B. Parker, è puro cinema Vecchia Hollywood, tutto valori forti e personaggi memorabili, con in più la disincantata chiave di lettura del reale propria di un’epoca – la nostra – che sa bene come ideale e compromesso siano ben più che occasionali, o fortuiti, compagni di viaggio nella vita di ciascuno. Virgil Cole (Ed Harris, ottimo com’era lecito aspettarsi) e Everett Hitch (un Viggo Mortensen eccezionale, che mostra una commovente aderenza con un ruolo splendido), sono due sceriffi a pagamento che decidono di prestare i propri servigi nella malandata città di Appaloosa.
La cittadina è piagata dalle scorribande di Randall Bragg (Jeremy Irons), un prepotente locale che pensa che ogni cosa abbia un prezzo, che sia in denaro o sangue poco importa. L’arrivo di Allison French (Renee Zellweger), vedova allegra e non proprio inconsolabile, minerà i già fragili equilibri di Appaloosa e anche i rapporti, ben più solidi, tra Virgil ed Everett, portando un’apparentemente prevedibile vicenda verso scenari via via sempre più pericolosamente inusuali.
”Appaloosa” è un lavoro acuto e toccante, un film che rinuncia alla facile, immediata tentazione della brutalità esibita o spettacolarizzata a vanvera, e riesce invece, con uno stile sobrio e intelligentemente sommesso, ad insinuare nello spettatore gli stessi dubbi – etici, morali e coraggiosamente esistenziali – che vibrano all’interno dei suoi personaggi.
Ed Harris dimostra, da regista e sceneggiatore, una lucidità di sguardo e una chiarezza di intenti da far invidia a molti colleghi sulla carta più esperti e firma un’opera che, con leggerezza, classe e insolita profondità d’analisi, si fa apprezzare e ricordare a lungo.
Un cinema di questo tipo, vero, potente antidoto contro la straripante, anonima plastificazione da blockbuster, dovrebbe semplicemente essere realizzato più spesso.
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Titolo: NordEstero
Autore: AA.VV.
Editore: Spritz letterario edizioni
PP: 298
Prezzo: n.d.
Mi avete dimenticato nel riflesso della vetrata, nel tintinnio assordante dei bicchieri. Sono scivolato sotto un tavolo e chi s’è visto non mi ha visto. Pensavo si parlasse di me, questa sera, di passare di mano in mano, di essere adulato e dedicato.
Provo a urlare ma parlate troppo fitto. Ridete, brindate, già accennate alla prossima racconta di raccolti e viceversa. Cos’è, non vi basto? Non sono un’opera totale, un capolavoro della letteratura, un must? Mi usate per conoscere gente? Leggenti? Nuovi scriventi? Tanto non cambia niente, sul fronte nord-orientale.
Voi mi avete fatto, eppure non mi capite. Io non vi capisco, eppure vi comprendo. Racchiudo cose che neanche sapete di avere, in questo Nordest che ci ignora tutti. Tipo il tempo che vi siete svenduti, brulicando come formiche operaie e/o imprenditrici. Mentre ve ne andate in giro cordialmente, in comune disaccordo, io conservo le foto che avete scattato con le parole, le immagini che avete sognato, i paradossi che non avete osato inventare, perché esistevano già.
Da qui sotto, guardo passare le vostre scarpe stilose, firmate, radicali e chic. Ci penso io a quelle di cartone dei vostri nonni, non vi preoccupate. Ogni tanto, una mano curata alla french, dimentica le unghie rotte della Grande Guerra e non vede quelle sporche dei nuovi schiavi. Io mi ricordo tutto. Il profumo del minestron de fasoi, della polenta e sparagagna, delle sarde in saor che avete deodorato con il . Io non dimentico niente e, non scrivendo, non posso neanche elaborare. Discutete pure di letteratura, arte, eventi e vernissage. Io, nel frattempo, ascolto le mie pagine. E sento il tonfo dei suicidi, lo strappo delle dignità violate, il tuffo nel vuoto dell’apparenza.
Scrivete un racconto su di me, al prossimo Spritz Letterario. Raccontate che mi avete pensato, discusso, scritto, portato qui e scaricato. Dite anche che ho la mia cinquantina di racconti, a farmi compagnia, che non mi serve altro. Li mescolo, li rileggo in ordine inverso e li confondo, fino al colpo d’occhio di un mosaico. Fino a poter raccontare io stesso la grande regione della mente in cui viviamo.
Siete più fieri di come siete o di come mi avete scritto? Guardatevi: stranieri in casa vostra, indigeni sotto un tetto che è sempre più di qualcun altro, vi lamentate di chi si lamenta. Dei negri, dei foresti, della nebbia, dei ladri, delle tasse, del troppo lavoro e del poco lavoro insieme. Me li avete descritti dentro come se si trattasse di cose normali. E poi la solidarietà, la musica, il buon mangiare e il miglior bere, le tradizioni e blablabla, come se bastasse a fare pari.
Intanto, mi avete abbandonato a leggermi addosso, tra un’alluvione e una catena di montaggio. Vi sono scivolato dalle mani, mentre vi perdevate in un bicchiere di spritz, allo stesso modo in cui mi avete scritto. C’è grosso spreco, sotto al tavolino: ci sono io che voglio andare dappertutto. Vorrei tornare in tutti i luoghi che contengo, nei pensieri dei miei personaggi, nelle dinamiche assurde che mi hanno portato a esistere. Vorrei andare negli occhi che non mi hanno ancora letto, tra le mani della gente, sotto le matite di chi si vuole ricordare.
Voi che vivete sicuri, nelle vostre associazioni culturali, considerate che questo è un libro. Anche se chi l’ha scritto non è un gruppo di scrittori.
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Titolo: Racconti PET (Pulp Erotic Trash)
Autore: Nicola Skert
Editore: Lettere Animate
PP: 170
Prezzo: 12,00 Euro
Omicidi, vendette, torture, futuro distopico, presente tra caos e miseria: Skert delinea con mano ispirata neri ritratti tra realismo e fantasie lisergiche in grado di intrattenere con originalità, senza ricorrere a clichè abusati e inutili.
Paul, Nick, Meggy e Daniel sono i nomi ricorrenti dei protagonisti dei racconti, quasi si trattasse di personaggi catapultati da una vicenda ad un’altra senza il tempo di un respiro. Infatti uno degli aspetti degni di interesse sta nel fatto che PET vol.1 viaggia senza intoppi, garantendo una lettura fluida e priva di particolari punti morti, tenendo alto il grado di interesse.
Nicola Skert centra in pieno l’obiettivo di creare un’antologia pulp a tutti gli effetti, spaziando tra i generi pur mantenendo un filo conduttore comune a base di eros (in forme spesso deviate e patologiche) e di quel tocco weird in stile “Ai confini della realtà” che rende le storie raccontate assai bizzarre e vive.
PET è una vetrina per l’esasperazione del quotidiano, scandaglia i più sordidi e nascosti anfratti della mente alla ricerca delle mostruosità che si nascondono tra le ombre, in attesa. Questa collezione di racconti ci conferma, una volta di più, che il (tri)Veneto non è più un paese per vecchi: incarna lo spirito pulp grazie ad uno stile genuino e abile nell’intrecciare fili oscuri creando trame intriganti in bilico tra realtà distorte e fantasie malate.
Alcuni momenti risultano particolarmente crudi e certe descrizioni sono obiettivamente forti (non per stomaci delicati, ecco) ma il tutto risulta funzionale e non stona in un volume che già dal nome mette in chiaro i propri intenti: di Pulp, Erotismo e Trash ce n’è davvero a bizzeffe.
Un appunto che mi sentirei di fare all’autore riguarda le figure femminili, in molti casi trasformate in mangiauomini “armate” di autoreggenti, tacchi alti e corpi provocanti: certo, se si parla di sesso riesce senza dubbio più facile introdurre personaggi con queste caratteristiche, ma sarebbe stato interessante leggere di donne più diversificate tra loro, in grado di rappresentare anche altre personalità e non solo femmes fatales o di facili costumi. E’ una piccola puntualizzazione che non sposta un giudizio che resta positivo, assolutamente.
Devo confidarvelo, io mi sono proprio divertito a leggere PET volume 1, e ve lo consiglio. Venti racconti che catturano il lettore e che fanno riflettere sulla nostra società, molto più horror ed esasperata di quanto ci vogliano far credere. Attendo già con grande curiosità il secondo volume della raccolta, sicuro che Nicola Skert riuscirà ancora a saziare la nostra fame di pulp.
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L’ultima caccia di Kraven è universalmente considerato uno dei cicli di storie più importanti per Spiderman e quindi so che mi beccherò qualche critica perché per me invece le cose non stanno proprio così.
Stiamo parlando di un classico, una serie di storie più volte ristampate in volume da quando comparvero per la prima volta nel 1987.
La struttura della storia, soprattutto se si pensa agli anni in cui venne è scritta, è senza dubbio interessante, con Kraven presentato come nemesi ultima dell’arrampicamuri che viene addirittura sepolto vivo prima di un intenso scontro finale. E poi la tragedia umana di Vermin, eterna seconda linea tra le fila dei supernemici di Spiderman, che qui viene catapultato in Serie A suo malgrado.
Una storia molto cupa e che vuole essere dichiaratamente autoriale: e allora cosa c’è che non va? Tutti ne parlano bene, tutti dicono che è un capolavoro, tutti in piedi in standing ovation. Innanzitutto vale la regola aurea per cui se si deve vendere un prodotto non se ne parla mai male, e quindi difficilmente troverete addetti ai lavori che si permettano di criticare qualsiasi cosa sia marchiata Spiderman. Ma ci sta, le regole del gioco sono queste e non ha senso lamentarsi.
Sarà per questo che forse in tanti sembrano dimenticarsi che L’ultima caccia di Kraven arriva dopo che Miller aveva rivoluzionato il concetto stesso di supereroe con il suo lavoro strepitoso su Devil e su Batman, e dopo che Alan Moore aveva scritto Watchmen. Insomma si tratta di una storia che si inserisce nel pieno di quella che stava diventando una moda e che, per quanto ben scritta, non riesce a colpire davvero allo stomaco.
La sceneggiatura infatti non è comunque esente da difetti: qualche luogo comune di troppo, qualche banalizzazione di troppo, situazioni mal strutturate e poco credibili (anche in un contesto supereroistico) e in generale un tono di pretenziosità un po’ troppo diffuso.
Ci sono dei gran momenti, sia chiaro: l’apertura con la follia ridicola di Kraven che si scaglia contro i manichini, la sepoltura d Spiderman, il suicidio di Kraven. Tavole di grande intensità costruite benissimo, soprattutto a livello di scrittura.
Il vero tallone d’Achille dell’ultima caccia di Kraven secondo me sono i disegni, troppo classici e puliti per comunicare fino in fondo il senso d’angoscia che la sceneggiatura di De Matteis avrebbe potuto trasmettere. E lo stesso dicasi per la colorazione troppo pesante e patinata che incide poco e sembra un po’ distante dallo spirito della storia.
Sono convinto che in mano ad un altro team artistico le cose sarebbero state diverse. L’impressione finale dunque è quella di un bel prodotto paraculo costruito a tavolino per coprire uno spazio commerciale. Se si scava si trova poco: tanto mestiere e poca passione.
Molto banalmente direi che le cose si possono sintetizzare così: se “L’ultima caccia di Kraven” venisse presentato come un’ottimo ciclo di storie di Spiderman non ci sarebbe niente da dire, ma se si parla di capolavoro allora le cose cambiano. In questo caso i confronti diventano automaticamente altri e allora casca il palco, con buona pace del buon Sergei Kravinoff e del suo grande momento di gloria!
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Finalmente sono riuscito a vedere Iron Man 3, stremato da una lunga attesa della versione 2D e non digitale.
Sono vecchio dentro e il 3D lo odio, non sopporto avere troppi occhiali sulla mia testa, mi rende fastidiosamente inadatto al tutto. Finita questa mia digressione sulla tecnica cinematografica contemporanea, posso finalmente dire la mia su l’ultima fatica Marvel Studios.
Di aspettative ne avevo molte, nel frattempo ammosciate dal chiacchiericcio digital mediatico, su questa terza prova del nostro Tony Stark tutto allumino e titanio.
Dico subito che le oltre due ore sono passate veloci e senza traumi… purtroppo.
La pellicola, ancora per poco posso dirlo, rientra perfettamente nel mondo Marvel con tutta la sua carica disinvolta e “semplice”, se aggiungiamo la peculiarità di quel pizzico d’ironia, che così tanto caratterizza la saga fin dalla prima pellicola, ne risulta piacevole ma mai veramente incisiva.
Anni luce dal primo Iron Man, anni luce dal secondo e inguardabile episodio, fortunatamente.
Devo dire che la CGI della Digital Domain, ne cura tutta la parte di animazione, ha sempre un suo perché. La cura maniacale nei movimenti delle armature, sempre fluide e dettagliate lascia affascinati e ammaliati. Ma è sufficiente avere il top nei visual effects, aggiungere una sequela di battute irriverenti, mettere il bello e bravo Robert Downey Jr, dare il tutto in pasto al regista/sceneggiatore Shane Black ed in fine montare tutto con la sapiente maestria hollywoodiana? Come dicevo purtroppo no.
Come mangiare una pasta leggermente insipida, Iron Man 3 ti lascia con quel retrogusto leggermente amaro di un’occasione persa, sopratutto dopo lo spettacolare, a questo punto inarrivabile, The Avengers.
Forse mi aspettavo che l’uomo di latta eguagliasse o superasse i Vendicatori, proprio in virtù del fatto dell’altro lungometraggio di Black, quel Kiss Kiss Bang Bang, guarda caso sempre con Downey Jr, che mi lasciò tanto soddisfatto. Forse doveva continuare con il genere crime/comedy che tanto l’ha reso famoso, come sceneggiatore, con pezzi da novanta come: Arma Letale (tutti), L’ultimo Boyscout e Last Action Hero.
Forse sono esageratamente impietoso ma quando l’aspettativa è alta si corre questo rischio. Certo all’avventore occasionale tutto questo non interessa particolarmente, sarà una delle tante sere uggiose al cinema, condito da popcorn e bevande gassate.
Parlando della trama, tutto procede come una macchina ben oliata e con una alternanza sempre ben dosata tra azione, suspense e introspezione. Proprio quest’ultima è il centro di tutta la narrazione, Tony Stark capeggia su tutto e tutti scendendo in un mondo di paranoie quasi misogine, bestemmia, con un forte attaccamento alla materia fredda e innaturale del suo secondo io, Iron Man. Quest’ultimo addirittura in oltre quaranta versioni differenti si palesa come la nemesi dell’eroe, colpito da attacchi di panico incontrollabili.
Con maestria tutta Disney, il distributore, una supervisione e produzione di Jon Favreau, nella parte di Happy, il nostro eroe troverà la soluzione ai suoi mali nella semplicità dell’adolescenza e nell’amore.
Un Happy (dovevo scriverlo, perdonatemi) ending atteso e mai in dubbio, con un tocco tutto votato alla visione “in famiglia”, questa volta troppo marcato per il sottoscritto.
Non che voglia eroi oscuri alla Nolan ma un pizzico di Black (l’ho rifatto) in più ci stava bene!
PS: Sia chiaro, l’uomo di latta e arrampicamuri hanno sedotto il mio immaginario infantile, motivo per il quale sono molto esigente!
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Rectify ha una storia semplice, raccontata in modo quasi delicato. Pare che negli ultimi anni raccontare una storia semplice sia la cosa più difficile del mondo. E forse lo è: molto più semplice infarcire la narrazione di colpi di scena sempre più mirabolanti, a scapito del contenuto. Rectify in questo è anomalo.
L’idea di partenza non è originalissima: un detenuto, Daniel Holden, viene scagionato dopo venti anni di prigione e si trova a tornare alla vita normale. Siamo in un paesino rurale americano, con le sue contraddizioni, i giardini con il prato perfettamente rasato e le facciate bianche smaglianti, e le crepe all’interno delle famiglie.
Quello che differenzia questa serie da altre simili è che Daniel Holden si comporta come un normale detenuto uscito dal carcere dopo un lungo periodo: il mondo non gli appartiene più. E la serie qui corre su due binari: si concentra su Daniel, sulle difficoltà della famiglia a comprenderlo, sui rapporti personali. Daniel è a tutti gli effetti un estraneo per i suoi familiari e la cosa è reciproca. E il tutto viene raccontato in maniera realistica, una volta tanto, senza aver paura di mostrare i lati più squallidi.
L’altro binario è questo: se Daniel è innocente, chi è stato a uccidere in maniera brutale quella povera ragazza? Tutto questo infarcito della storia della famiglia, del rapporto col fratello e la sorella, di una madre che preferisce non accettare la realtà.
La tensione è la costante di questa serie tv: tensione fra i personaggi, tensione nello script che dosa in maniera oculata i colpi di scena, che per una serie americana sono molto diluiti.
Personaggi ben riusciti, sfaccettati e credibili; trama semplice ma ben sviluppata, attori e regia all’altezza del compito ne fanno una serie interessante che merita di essere seguita. D’altronde i produttori sono gli stessi di Breaking Bad, che è una garanzia di qualità.
Rectify è stata rinnovata per una seconda stagione dopo solo un paio di episodi, e questo fa ben sperare di poter seguire la vita di Daniel ancora a lungo.
Consigliato: a chiunque voglia vedere una bella serie tv
Sconsigliato: ai fan sfegatati di The Following: si annoierebbero.
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Titolo: Lucrezia 2. La donna perfetta non esiste, io sì.
Autore: Silvia Ziche
Editore: Edizioni bd
PP: 160
Prezzo: 13 euro
Silvia Ziche non ha certo bisogno di presentazioni: quando si ha a che fare con tanta qualità è perfino riduttivo parlare di “disegnatrice” dato che nel nostro caso stiamo parlando di una autrice a tutto tondo, e questo “Lucrezia 2″ ce ne da ulteriore conferma (se mai ce ne fosse stato bisogno).
Da dove cominciamo? Si parla di fumetti quindi io partirei dal disegno: sì perché lo stile della Ziche è semplicemente strepitoso.
Si resta sempre piacevolmente sorpresi quando ci si ritrova con un tratto che riesce ad essere assolutamente originale e al tempo stesso classico, equilibrato nonostante gli squilibri, perfettamente funzionale al senso di ogni vignetta.
E poi trovo meravigliosa la semplicità (apparente) dei suoi disegni: a guardarli sembra che siano stati fatti con pochi e rapidi segni, senza mai staccare la matita dal foglio. Ogni tavola della Ziche infatti trasmette un senso di naturalezza, di plasticità e di semplicità sensazionali.
Guardi la pagina e dici: “Ok, ma cosa ci vuole a fare un disegno così?”. Poi però quando ci provi ti rendi conto che non è affatto semplice.
Ma quando si parla di Silvia Ziche non si possono dimenticare i testi perché l’autrice di Thiene dimostra una vena ironica (e auto-ironica) unica: battute graffianti e mai banali, una critica dei malanni della società contemporanea che non scade mai nel moralismo, una risata dolceamara sulla nostra quotidianità che ci aiuta a sopportare le rogne di tutti i giorni, un’attenzione all’attualità che dimostra come la Ziche abbia i piedi saldamente piantati nel mondo reale.
E poi intelligenza, tanta intelligenza, ma di quell’intelligenza vera, quella che sa centrare il bersaglio anche quando punta a problemi complicati, riuscendo nonostante tutto a trasmettere un meraviglioso senso di leggerezza in ogni pagina.
Leggere Lucrezia non è soltanto molto divertente, è anche un’ottima cura anti-stress. Sono convinto infatti che se tutti imparassero a sorridere di se stessi come fa la nostra Lucrezia assisteremmo all’estinzione di quella figura mitologica con corpo di uomo e testa di cazzo che purtroppo sembra essere sempre più diffusa.
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Martin McDonagh, già regista del brillante In Bruges, al suo secondo film fa di nuovo centro. 7 Psicopatici è una commedia nera ben diretta e infarcita di star, una pellicola a metà strada tra lo spietato senza compromessi e l’onirico “nonsense”.
Marty (Colin Farrell) è uno sceneggiatore di film d’azione, tutti botte e violenza, alle prese con uno script del quale conosce soltanto il titolo: 7 Psicopatici. Alcolizzato ed ai ferri corti con la propria ragazza, Marty è sostenuto soltanto da un eccentrico amico, Billy (Sam Rockwell), bizzarra voce della coscienza che si diletta nel rubare cani per poi chiedere il riscatto ai padroni, possibilmente ricchi. In questa illecita e amorale occupazione Billy fa coppia con Hans (Christopher Walken), una figura davvero affascinante ed enigmatica.
Per aiutare Marty a scrivere la sceneggiatura, Billy gli propone fatti di cronaca nera letti sui quotidiani, così da ispirarlo nel delineare i profili dei sette psicopatici, che nel frattempo vengono presentati, tra realtà e immagini estremamente pulp create dalla mente dello sceneggiatore.
La situazione precipita quando Billy e Hans decidono di rapire lo Shi-Tzu di Charlie Costello, un noto boss mafioso interpretato in modo dannatamente carismatico da Woody Harrelson.
La pellicola prende quota e assistiamo a rocambolesche fughe, sparatorie “all’ultimo sangue” ed esilaranti dialoghi grotteschi.
La storia muta e si fonde con la sceneggiatura stessa che Marty sta tentando di scrivere, raggiungendo picchi di macabra ironia e parodiando con intelligenza i crime movies dove i cattivi sono graniticamente cattivi ed i buoni sono eroi destinati a vincere per forza.
7 Psicopatici è frizzante, stupisce per la capacità di intrattenere e creare situazioni “al limite” senza perdere il filo della narrazione. Contribuisce alla riuscita del film anche lo spettacolare cast (oltre agli attori già citati attori, sono presenti anche Michael Pitt, Tom Waits, Michael Stuhlbarg, Abbie Cornish, Harry Dean Stanton, Olga Kurylenko, Zeljko Ivanek e altri ancora) composto da personaggi variegati e convincenti, che ben si legano ad una trama stralunata e imprevedibile.
McDonagh si discosta dall’eleganza di In Bruges, dove oltretutto Colin Farrell aveva sfoggiato un’altra spettacolare prova attoriale, girando un film volutamente eccessivo, una sorta di Smokin Aces ben più acuto ed ironico.
Vedere all’opera mostri sacri come Walken, Stanton e Waits in ruoli sentiti e per nulla banali è una vera delizia per noi appassionati di Cinema.
L’unica critica che mi sento di muovere riguarda il doppiaggio italiano, dato che a diversi attori sono state date voci poco incisive e personalmente inadatte (un buon motivo per visionare il film in lingua originale, se ne avrete l’occasione).
In definitiva un film che diverte ed esagera senza però scadere nello splatter fine a se stesso. McDonagh ci sa davvero fare, è un regista che spinge sul pedale del sangue e della violenza creandoci attorno, comunque, storie di sicuro interesse arricchite da personaggi “vivi”, almeno per un po’, e problematici.
Per scoprire se Marty riuscirà a scrivere la sua sceneggiatura dei “7 Psicopatici” e se, soprattutto, riuscirà a sopravvivere alla spettacolare pioggia di pallottole ed esplosioni, non vi resta che farvi un giro su questo surreale ottovolante lanciato a folle velocità.
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Un inizio col botto tra possessione, gruppo di freaks da setta pagana, spari e fuoco, poi tutto torna velocemente sui binari classici di Evil Dead, almeno in apparenza.
Cinque ragazzi in uno chalet abbandonato nel bosco, immersi in una natura inospitale, il tutto ricalcando le atmosfere e le ambientazioni degli 80s. Fin da subito Fede Alvarez punta ad un “back to the past” che ci fa tornare con la mente ed il cuore al 1981, anno in cui è sbarcato nelle sale quel proiettile impazzito conosciuto con il nome de “La Casa”, un film eufemisticamente low budget che ha rivoluzionato dalle fondamenta il modo di fare horror e che ha spaventato e influenzato innumerevoli spettatori e registi di genere.
Come poter reggere il confronto con una pietra miliare senza uscirne con le ossa fracassate? Alvarez ci vede piuttosto lungo e nel corso della pellicola prova a giocare carte che vanno più verso il “new horror” che verso l’omonimo film di Sam Raimi, pestando parecchio sul pedale dello splatter.
Non mancano in ogni caso i clichè come porte che sbattono, urla improvvise, elettricità che salta, etc. Il regista non ha la velleità di inventare qualcosa di nuovo in ambito horror, quindi cerca di creare un prodotto derivativo ma d’effetto. A tale proposito i rimandi a pellicole del passato, più o meno remoto, sono numerosi: dall’immancabile Esorcista di Friedkin a Carrie di De Palma, fino a Drag me to Hell di Raimi e diversi altri. Vi starete chiedendo perché andare a vedere un film privo di sostanziali novità, che perde in partenza il confronto con l’originale. Da parte mia reputo La Casa un discreto prodotto di intrattenimento, che farà la felicità dei fan dello splatter a base di arti mozzati e squartamenti vari.
Alvarez inoltre ha il merito di apportare delle modifiche al plot originale, evitando di copiarlo pedissequamente. Simpatica la scena dei ragazzi seduti sul cofano di una vecchia auto, che pare proprio quella utilizzata in Evil Dead originale. Gradevole, seppure un po’ abusata, la fotografia livida in stile Silent Hill, che contribuisce a creare un’opprimente atmosfera da incubo senza scampo.
L’idea di ambientare il film negli anni 80 (niente Iphone né computer portatili, per fortuna) e l’aver evitato un inutile cast di bellocci spezza due lance a favore di questa operazione, meno commerciale di quanto possa apparire a prima vista.
Non andate in sala pensando di trovarvi di fronte un capolavoro, ne rimarreste delusi. Aspettatevi un film nel quale sono stati utilizzati qualcosa come 25.000 litri di sangue finto: è un vero e proprio spettacolo di grand guignol, uno splatterone moderno infarcito di scene macabre e di sana violenza. Ok, storcerete un po’ il naso pensando a Evil Dead, quel meraviglioso horror ottantiano spaventosamente originale e rivoluzionario, ma bisogna ammettere che il risultato finale è un remake dignitoso, che si lascia guardare con piacere e scorre liscio tra fiumi di emoglobina ed efferatezze a gogò.
Ash e gli anni ’80 non torneranno più, è ovvio, ma provate a dare una chance a Fede Alvarez e alla sua rivisitazione de La Casa, vi divertirete!
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Titolo: Prima pagare poi ricordare. Da «Cannibale» a «Frigidaire». Storia di un manipolo di ragazzi geniali
Autore: Filippo Scòzzari
Editore: Congilio Editore
PP: 206
Prezzo: 14 euro
Precisiamo subito che “Prima pagare poi ricordare” non è un fumetto. Non è neppure un libro sui fumetti. Non è neanche un romanzo, né un saggio. Si potrebbe definire biografia ma, tutto sommato, questa non è neppure una biografia.
“Prima pagare poi ricordare” è il racconto di una serie di anni memorabili, di un gruppo di persone geniali che ha cambiato in maniera radicale il modo stesso di concepire il fumetto e la satira, di un gruppo di amici che sono stati i protagonisti di una vera rivoluzione (contro)culturale.
Filippo Scòzzari in questo libro ficca dentro gli anni eroici della sua vita ricordando una stagione eroica ed irripetibile per il fumetto, gli anni che hanno fatto nascere e morire riviste come Cannibale, Frigidaire, Il Male.
Stiamo parlando di riviste che ancora oggi desterebbero scalpore e che farebbero venire un coccolone ai benpensanti, riviste che oggi sarebbero ancora mille volte più avanti rispetto a tanti magazine online che credono di essere sfrontati o, peggio ancora, “libbbberi”.
Stefano Tamburini, Filippo Scòzzari, Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Massimo Mattioli, Vincenzo Sparagna e tutti gli altri: ignoranti, talentuosi, maleducati, geniali, tossici, artisti, visionari, dissacranti, provocatori, indecenti, poetici, sempre e comunque contro tutto e tutti.
Posso solo immaginare quale dovesse essere la reazione chi tra la fine dei ’70 e i primi anni ’80 leggeva quello che questa banda di criminali scriveva e disegnava. Doveva sembrare roba di spaccio arrivata chissà da dove e una cosa è certa: chi li ha letti non li ha più dimenticati.
Scòzzari racconta la sua versione di quella stagione irripetibile sbattendosene di tutte le regole, va giù con il brentone e non le manda a dire a nessuno. A volte il giochino riesce, a volte emerge con troppa evidenza il livore di chi non si è mai sentito abbastanza valorizzato, di chi si è sempre visto dietro ai calibri da ’90, un po’ come se “Il Sommo” si sentisse ancora oggi un genio incompreso all’ombra dei vari Pazienza e Liberatore. Non credo si tratti di un espediente, alla fine Scòzzari è fatto proprio così, il suo non è anticonformismo di maniera, è un genio anarchico e quando si ha a che fare con lui le mezze misure non esistono.
Di sicuro tra le pagine di “Prima pagare poi ricordare” non troverete celebrazioni o panegirici, né tantomeno malinconia, ma il racconto di una folle cavalcata a briglia sciolte segnata da momenti gloriosi e tragedie profonde, un racconto pieno zeppo di emozioni vere che riesce a emozionare e a catturare il lettore.
Un libro per molti ma non per tutti: astenersi anime candide e idealisti, qui si racconta la vita e l’arte. Sangue e merda per capirsi.
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Dal 1996 ad oggi non era mai successo che tutte le squadre di calcio inglesi iscritte a partecipare alla Champions’ League uscissero dalla più prestigiosa competizione calcistica europea prima dei quarti di finale. Quest’anno invece, a grande sorpresa, pare proprio che dopo 17 anni di frequentazione delle zone altissime del tabellone, i club della Premiership, che ricordiamolo è il torneo più ricco del continente, saranno costretti a uscire anzitempo dall’agone finale (a meno di un miracolo dell’Arsenal chiamato ad un’improbabile rimonta sul Bayern); fatto di per sè ancor più beffardo se si pensa che la finalissima di quest’anno si giocherà niente meno che a Wembley. Questo dato ci conferma ancora una volta che da sola la potenza economica non porta automaticamente alle vittorie (gli esempi in tal senso si sprecherebbero). E’ evidente che nel mondo dello sport questa sia una lezione nient’affatto sorprendente, ancorché sbalorditiva. E’ al contrario una lezione che tante volte abbiamo appreso in passato e che molte altre volte continueremo ad apprendere in futuro. Per vincere, scrissi qualche giorno fa riferendomi a Cassano, il talento non basta. Beh, per fortuna per vincere non bastano nemmeno i soldi. A volte i fattori in gioco sono infiniti, così come le variabili, e spesso è semplicemente questione di fortuna o sfortuna. E forse è proprio per questo che lo sport, dall’alto dei suoi valori realmente “democratici”, quando offre risultati sorprendenti spesso ripaga i tifosi facendo loro dimenticare certe ingiustizie della vita, laddove troppo spesso i soldi contano eccome.
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Che il calcio sia quasi sempre metafora della vita è cosa risaputa. Che molti addetti ai lavori non se ne siano ancora resi conto, pure. Il caso di un Antonio Cassano che “colpisce alla figura” (per non dire prende a cazzotti) il parvenu Stramaccioni dopo due mesi di insulti, sfottò e pubbliche prese per i fondelli all’indirizzo di quest’ultimo, dimostra ancora una volta che nello sport, proprio come nella vita, il talento da solo non basta. Cassano è stato -e parlo volutamente al passato- uno dei potenziali più grandi talenti del nostro calcio e sarebbe potuto diventare uno dei dieci migliori calciatori del mondo se solo avesse capito che i piedi non hanno un cervello e che per diventare veri campioni sono necessarie molte altre cose che lui non sa nemmeno dove abitino: senso del sacrificio, riconoscenza, intelligenza, spirito autocritico, spirito di squadra, pazienza, disciplina, umiltà, rispetto, onestà. Possono bastare? Quante di queste qualità possiede il nostro Hot Kid barese? A suffragare la mia tesi è sufficiente ricordare la storia del calciatore in questione, il quale ha sfanculato nell’ordine: Roma, Real Madrid, Sampdoria, un Milan che gli ha salvato la vita, la nazionale italiana (Prandelli incluso) e infine l’Inter, dove secondo qualcuno Cassano avrebbe finalmente potuto trovare la sua collocazione ideale. E così è stato infatti, perché la collocazione ideale di Cassano è proprio quella dove può comportarsi come ha fatto l’altro ieri. Quella dove può permettersi di fare ciò che gli ormoni gli suggeriscono di minuto in minuto, di non rispettare le regole, di fare lo sbruffone, di mettere le mani addosso ai compagni o agli allenatori e via così. Se vi sono dei giovani calciatori che leggono questo pezzo, a loro mi rivolgo dicendo: state alla larga da questi esempi, perché il bullismo, applicato in ogni campo della vita, è sempre e comunque il modo più rapido che ha un individuo per dimostrarsi pubblicamente un coglione!
Tuttavia questa triste questione non riguarda solo Antonio Cassano, per il semplice fatto che ogni medaglia ha sempre due facce. Il calcio è metafora della vita, dicevo poc’anzi. Ebbene, evidentemente tra i pochi che non l’hanno ancora capito va annoverato anche Massimo Moratti.
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Già nel 2004, alla veneranda e incredibile età di 92 anni, Fauja Singh, atleta lungobarbuto indiano specializzato nelle corse di fondo e soprattutto nella maratona, era stato prescelto dalla Nike per la campagna pubblicitaria “Impossible is nothing” insieme a David Beckham e Muhammad Alì. Ebbene,da quella data i calendari hanno continuato a correre, ma lui non ha certamente fatto di meno: gli anni infatti sono passati e nel frattanto il vecchio Fauja, con il tipico turbante sikh ben avvolto intorno alla zucca, una barba bianca che ormai arrivava alle caviglie e un fisico asciutto come quello di un’acciuga sotto sale, ha continuato imperterrito a mietere corse su corse ottenendo risultati clamorosi e finendo anche per vincere prestigiosissime gare in tutto il mondo. Lui dice che il suo segreto sia una ferrea dieta vegetariana. E lo ha detto anche pochi giorni fa, quando, a 101 campane suonate il tizio in questione si è per così dire “bevuto” la mezza maratona di Hong Kong in meno di due ore, chiudendo ufficialmente, stavolta sì, la sua attività agonistica. E vorrei vedere! Ecco, penso che questo sia uno dei tipici casi nei quali ci sia solo da alzarsi in piedi e applaudire un vecchio (sì, un vecchio, non un anziano) di straordinario talento e determinazione. Un gran figo, lasciatemelo dire. Un ultracentenario che incarna positivamente l’efficienza, l’abilità e la competitività anche extrafisiche. Cioè l’esatto opposto dei nostri anziani (essi sì) politici i quali, nonostante la loro totale incapacità di amministrare, l’inadeguatezza etica e talvolta la loro totale inabilità mentale, si ostinano a rimanere sempre lì (anch’essi già dallo scorso millennio), capaci solo di sprintare sui genitali degli italiani con le loro scarpette chiodate. E a quanto pare, tutto questo agli italiani piace da morire…
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["Vedi di non morire'" è il titolo di un libro di Josh Bazell]
Il caso di Oscar Pistorius mi ha letteralmente sconvolto. E’ inutile dire che ad essere sconvolgente, terribile, abominevole è ogni forma di violenza, confesso però che di fronte a questo femminicidio mi sono impressionato più del solito, e questo non perché esso sia stato commesso da un uomo famoso e per giunta proprio nel giorno in cui nel mondo si sono moltiplicate le iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul grave problema della violenza sulle donne, ma essenzialmente perché a compiere questo terribile fatto è stato un uomo che è sempre stato portato in palmo di mano se non addirittura osannato da parte dell’opinione pubblica la quale aveva trasformato Pistorius in una sorta di eroe buono e corretto, uomo perbene a prescindere, immacolato nel suo candore umano trasceso miracolosamente dal suo handicap fisico. Ebbene, nemmeno un’ora dopo l’assassinio della sua compagna, per la maggior parte dei media Pistorius era già stato fatto cadere dalle stelle alle stalle, divenendo in pochi minuti il colpevole perfetto, il capro espiatorio di ogni nostra invidia e frustrazione nei confronti di un disabile così abile, un ragazzo senza gambe eppure così bravo, così carino, così ricco e così corteggiato da modelle mozzafiato. Insomma, si è andati repentinamente da un estremo all’altro. Al di là infatti del gesto orrendo che lo sprinter sudafricano ha compiuto, pazzesca è stata la “velocità” con la quale il mondo l’ha messo in croce addossandogli ogni sorta di nefandezza, la stessa paradossale “velocità” che da sempre ha rappresentato la sua vera ossessione. In questi giorni si è parlato di uomo da sempre violento, di persona drogata, di ragazzo che amava giocare con le pistole, finanche di un ritrovamento di steroidi anabolizzanti nel suo appartamento e, sentite un po’, di armi e droghe di ogni tipo! Ci manca soltanto che ci rivelino che trafficava esseri umani con l’Inguscezia o che riforniva l’Iran di uranio impoverito. Ciò che voglio dire è che come sempre si esagera da una parte o dall’altra e come sempre ci si accorge troppo tardi che la verità, la “normalità” è altra e lontana da quanto e da come i media spesso decidono di infiocchettarcela per bene come se fosse un prodotto da supermarket. Prima Pistorius era un santo solo perché handicappato, ora è il peggiore tra i mostri. Possibile che si debba sempre assolutizzare ogni cosa e che i fatti debbano ogni volta essere interpretati come bianchi o neri, senza alcuna sfumatura? Possibile che Pistorius, né prima né ora, possa essere giudicato semplicemente come un normalissimo essere umano con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti? Per quali motivi, mi chiedo io, in nome di una becera filosofia politically correct nessuno nel mondo di Pistorius si è mai accorto delle sue tendenze violente e del fatto che si dopava? Era necessaria la morte di una persona innocente per svelarlo?
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["La scimmia pensa, la scimmia fa'" è il titolo di un libro di Chuck Palahniuk]
Il bullo Delio Rossi ci è cascato ancora. A meno di un anno da quando (allora era allenatore della Fiorentina) prese a pugni Ljajic dopo averlo sostituito, domenica scorsa l’attuale allenatore della Sampdoria si è reso protagonista di un altro episodio poco edificante, stavolta nei confronti di alcuni giocatori della Roma. Caucciù tra i denti, bocca larga e un modo di fare da Fonzi dei quartieri popolari, Rossi è quasi entrato in rotta di collisione con Burdisso e De Rossi, apostrofandoli con frasi ingiuriose e mostrandogli ripetutamente il dito medio. Cose che nel calcio capitano, direte voi. Infatti il problema non è il dito alzato o qualche vaffanculo sputacchiato qua e là. Il problema sono le dichiarazioni che il recidivissimo bullo attempato ha rilasciato nel dopo partita. “Se Burdisso fosse stato più vicino avrei utilizzato lo stesso linguaggio dei segni usato con Ljajic”, ha detto il nostro a bocce ferme. Dico: ci rendiamo conto? Credo possa bastare per dichiarare una volta per tutte che l’uomo in questione è inadatto ad avere a che fare coi giovani calciatori, ai quali peraltro si chiede sempre il massimo fair play e si insegna il rispetto per l’avversario come se fosse un mantra sufi. Irrecuperabile lui e la speranza di cambiarlo. Eppoi oltretutto, qualcuno dica a Delio Rossi che comportarsi come Fonzi a cinquant’anni passati si fa solo la figura degli sfigati.
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["La legge di Fonzi'" è il titolo di un romanzo di Omar Di Monopoli]
Ma quant’è bella la nostra nazionale di rugby! Non ho alcun dubbio infatti: tra il pur stellare ritorno in serie A del Corsaro Nero e le abominevoli proposte “sciocc” della campagna carnevale, ricorderò per sempre questa domenica 3 febbraio 2013 come il grande giorno del rugby azzurro e dei nostri quindici molossi che riescono nell’impresa di battere la Francia (23-18) nella prima giornata del Six Nations. Qualcosa di memorabile. Perché a mio modo di vedere quello in questione non è un fatto derubricabile allo status di semplice avvenimento rugbistico, ma va piuttosto inteso e valorizzato anche nel suo significato metasportivo, quello cioè di un’Italia epica che ha il coraggio di lottare contro le statistiche e le tradizioni negative fino all’ultimo secondo, incarnando realmente lo spirito del nostro inno nazionale e travolgendo i galletti con la furia di un uragano. Questi ragazzi straordinari infatti ci hanno regalato non solo una grande emozione e una grande gioia sportiva, ma ci hanno anche insegnato ad alzare la testa e non arrenderci di fronte alla possibilità di cambiare il nostro destino. Soprattutto in questi giorni, fortemente contraddistinti da una politica incapace di parlare di futuro -ma al contrario sempre caratterizzata da sterili e vomitevoli retrospettive permanenti- gli azzurri della palla ovale ci hanno dimostrato che battere i più forti si può eccome e che se si vuole fare la Storia non ci si deve paradossalmente mai voltare indietro, bensì guardare avanti con fiducia. Per cambiare davvero e per vincere! E speriamo che questo sia l’anno dell’uragano. In tutti i sensi.
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["L'anno dell'uragano'" è il titolo di un romanzo di Joe R. Lansdale]
E alla fine della fiera il Milan ha acquistato il Corsaro Nero. Leggasi: quando anche lo sport si piega alle ragioni elettorali. Dall’entourage politico di Berlusconi infatti trapela grande entusiasmo per un’operazione di calciomercato che dovrebbe fruttare almeno il 2% di voti in più per il Pdl alle prossime Politiche. Sarà, ma io ci credo poco. Anzi, non ci credo proprio per niente. Personalmente ritengo che se questi ignobili calcoli pseudo-elettorali -ancorché incomprensibili per il sottoscritto- potevano essere plausibili fino a qualche anno fa, oggi non abbiano la benché minima ragionevolezza e credibilità nei confronti di un elettorato sfiancato, sfinito, stremato. Mi domando se di fronte al dramma economico e sociale che stiamo vivendo, qualcuno pensa davvero che un neolicenziato milanista o un disoccupato milanista o un esodato milanista, una volta entrato nel seggio elettorale si convincerà a votare per il Pdl in virtù dell’acquisto di Balotelli. Suvvia, non scherziamo! Semmai è vero il contrario, perché pagare 20 milioni di euro un “pedatatore Giamburrasca” e assicurargli in questa era di vacche magre uno stipendio di 4,5 milioni di euro l’anno per 5 anni mentre gli italiani boccheggiano, secondo me è tutto tranne che un’oculata e producente scelta popolare. Quello di Berlusconi assomiglia pertanto a un autogoal commesso da un difensore assediato sulla sua linea di porta e sempre più incapace di allontanare il pallone dalla propria area di rigore. Calcio e politica, politica e calcio. Due mondi sempre più meschinamente intrecciati. Per dirla con Flaiano: “La situazione è grave ma non seria.”
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["Atletico Minaccia Football Club'" è il titolo di un romanzo di Marco Marsullo]
Da poche ore e a tempo di record assoluto (dopo 21 giorni, 23 ore e 14 minuti di navigazione), il Maserati di Soldini è riuscito a passare Capo Horn iniziando finalmente a risalire verso nord le coste del Cile, pur tra le grandissime difficoltà causate da venti gelidi e onde alte come palazzi. Ebbene, mi si lasci dire che l’impresa che lo skipper italiano e il suo equipaggio stanno compiendo è qualcosa di davvero straordinario. E non tanto per le oggettive difficoltà della rotta tra New York e San Francisco, la leggendaria rotta dei cercatori d’oro lungo la quale molti uomini in passato hanno perso la vita, bensì per la grande metafora che questa avventura senza tempo rappresenta in tutta la sua genuina bellezza. Soldini infatti ci sta dimostrando, senza narcisismi da calciatori o collanine d’oro da tennisti che lo sport non è solo gioco, ma anche Epica con la E maiuscola, avventura sprezzante del pericolo, sfida per uomini veri che si confrontano e si battono con la natura, col destino e con le asprezze diaboliche che salgono dal mare e scendono del cielo. La metafora del superamento delle più grandi difficoltà e avversità della vita. La sua è un’impresa che parla da sola e lo fa andando decisamente controcorrente rispetto all’omologazione, spesso blanda e noiosa, della stragrande maggioranza degli altri sport che riempiono le pagine dei quotidiani e i format sportivi televisivi propinandoci quasi sempre piccoli idoli e quasi mai grandi miti. Questa è la verità. Questi navigatori al contrario sono dei veri titani, signori, esattamente come lo sono i grandi alpinisti che mettono i gioco la propria vita sfidando le pareti verticali e le cime delle montagne più alte del mondo. Dal canto suo Soldini ha il merito indiscusso, e probabilmente inconsapevole, di farci vedere e capire che l’avventura e l’epica non sono morte e che lo sport, a volte, è molto più nobile e vero di quanto si pensi o quanto ci facciano vedere i media. E per fortuna, commuovendomi di fronte all’impresa di un italiano che solca a testa alta i mari dell’America, per un momento dimentico la tristezza del calcioscommesse di casa nostra, del doping e di un calciomercato sempre più patetico e anacronistico. Forza, Giovanni! E buon vento!
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Io difendo Giancarlo Abete. Sì, avete capito benissimo. Sto dalla parte di Abete, quel gattopardo già deputato DC dal ‘79 al ‘92 che ancora nel lontano 2007 si sedette per la prima volta sulla poltrona presidenziale della federcalcio e da lì non si è più mosso fino alla sua scontatissima rielezione dell’altro ieri. Mi congratulo con lui e sto dalla sua parte, quella di un uomo senza alcuna qualità che ha passato indenne decine di scandali turbolenti e si è lasciato scivolare addosso con nonchalance casi di calcioscommesse, di doping, di frodi sportive di ogni genere, di violenze e razzismo negli stadi, e chi più ne ha più ne aggiunga. Sto dalla parte di un un uomo di comando che rappresenta esattamente la cifra di gran parte della classe politica e dirigente di questo Paese oramai ridotto in macerie. Perché se il calcio è specchio della società, egli rappresenta la quintessenza dell’italianità e dei trucchetti di potere tipici di chi ci ha sempre governati. Sto con lui perché prendersela con Abete significherebbe dimenticare chi l’ha creato, voluto, votato e messo su quel piedistallo, e significherebbe dimenticare che lui è semplicemente il frutto di un regime clientelare e parassita che da anni soffoca lentamente il calcio nazionale in nome di interessi autoconservativi e particolari, barcamenandosi maldestramente tra finte promesse di cambiamento e ridicoli maquillage volti a lasciare sempre tutto esattamente così com’è. Attaccarlo significherebbe guardare all’effetto anziché alla causa. Perché questo è il punto. Se è stato rieletto ancora una volta significa che egli è esattamente ciò che il calcio italiano merita di avere. Sto con lui, sì. Sto con lui perché quando alle volte mi sento disorientato in questa povera Italia, mi è sufficiente guardarlo un solo istante o ascoltarne anche una sola banalissima dichiarazione, perché subito mi torni in mente di che pasta è fatto il mio Paese. E a quel punto, grazie a lui, mi è tutto più chiaro.
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["L'uomo senza qualità'" è il titolo di un romanzo di Robert Musil]
Ciò che è accaduto qualche giorno fa a Busto Arsizio nell’amichevole tra Pro Patria e Milan, mi ricorda per certi versi quello che si verifica spesso tra i banchi di scuola. Alle volte infatti capita che taluni professori, totalmente incapaci di tenere a bada uno o due elementi destabilizzanti che con il loro comportamento rendono impossibile la lezione, scelgano malauguratamente di colpire tutti quanti mettendo una nota sul registro all’intera classe. Niente di più odioso per quelli che, parlo dei bravi studenti, vengono così penalizzati ingiustamente due volte: prima dal compagno incivile che gli impedisce di seguire l’attività didattica e poi dal docente che non sa gestire la situazione. Allo stesso modo, trovo ingiusto che una partita di calcio venga sospesa per “razzismo” quando a lanciare certi cori infami sono pochissimi spettatori rispetto al numero totale del pubblico onesto, educato e sportivo presente sugli spalti. Capisco umanamente Boateng quando decide di lasciare il campo: ci sta tutto. Ma non ci sta secondo me che il capitano del Milan decida di ritirare la squadra dal match, così come non ci sta che Berlusconi prometta di rifarlo altre volte di fronte a fatti come questo. Io credo invece che il calcio non debba mai fermarsi di fronte a quattro idioti (i quali, sia chiaro, vanno identificati sul posto e arrestati immediatamente senza tante storie), e che le partite vadano sempre giocate fino alla fine, altrimenti si sta al gioco di quel manipolo di dementi. Non possiamo darla vinta a costoro dando tutta questa importanza alle loro infamie e credere ingenuamente di colpirli penalizzando tutti quanti, compresi i nonni con i loro nipotini recatisi insieme fin lì per regalarsi una bella giornata di sport durante le vacanze natalizie. Identificare gli idioti e colpirli duramente dovrebbe essere la regola aurea. Invece ancora una volta si sceglie (compresi il mondo degli opinionisti sportivi e tutto il circo calcistico-mediatico) la strada opposta. Quella facile, comoda e miope del: “colpire tutti per provare invano ad educarne uno.”
Twitter: @Matteo_Righetto
["Una banda di idioti'" è il titolo di un romanzo di John Kennedy Toole]