"Vi dimenticherete la magnificenza dell'arte di Venezia, l'architettura e la musica, e in questo tour della città approfondirete le più oscure profondità dell'acqua. Le 14 storie di questa solida antologia noir pubblicata da AkashicBooks (casa editrice di Brooklyn) rivelano una Venezia dove gli indigeni si danno da fare per guadagnarsi da vivere, come nello stupendo "Cloudy Water" di Matteo Righetto, una cupa e cruenta vicenda di vongole tossiche e bande della criminalità organizzata. Una storia mozzafiato." Publisher Weekly, New York
"Abbiamo anche noi il nostro Quentin Tarantino. No, non fa film, scrive. Si chiama Matteo Righetto." - Giovanni Pacchiano (Il Sole24Ore)
Sembra di essere nella Louisiana occidentale, tra fischi di pallottole e uomini senza coscienza. Siamo invece in Italia e questo non è un film. Lungo il corso selvaggio di un fiume in piena, in mezzo a campi di barbabietole, vecchi sfasciacarrozze e cascine abbandonate, tre balordi sequestrano la giovane moglie di un industriale dello zucchero. L’uomo decide allora di risolvere a suo modo la questione, assolda una seconda squadra di banditi e presto la situazione precipita in una serie inarrestabile di colpi di scena. Questa è la profonda provincia rurale del nord-est, dove si annidano personaggi tanto grotteschi quanto verosimili, criminali sprovveduti, bifolchi fuori controllo e proprio per questo capaci di tutto. Da una delle voci più decise del pulp italiano, un romanzo pirotecnico ed esilarante che è pura miscela esplosiva.
"Savana Padana è un razzo nel culo della letteratura italiana. Matteo Righetto non fa sconti con il suo debutto letterario e tira fuori un romanzo che ha i sapori e gli odori di un Veneto crudo e selvaggio, dominato dagli istinti primordiali e da una visione western padana da lasciare senza fiato." - Matteo Strukul (Sugarpulp)
Il Brenta da una parte, il Piovego dall’altra. Due corsi d’acqua stringono a tenaglia una terra piatta umida e tignosa dove l’afa d’estate è mortifera. Tra queste campagne c’è San Vito Oltrebrenta. Una chiesa, tre condomini e qualche villetta su una strada lunga e dritta che spacca in due l’intero paese. Con un bar da una parte e uno dall’altra. In mezzo, cinesi, zingari, una banda scalcinata di delinquenti locali, una statua di Sant’Antonio e un carabiniere che crede di sapere il fatto suo. Un romanzo che gioca con i dialetti, i colori, il sangue e le corrotte geometrie umane e sociali di una terra epica.
Tiziano Angri si è occupato dell’ultimo capitolo de “Le 5 Fasi”, quello dell’Accettazione, e cioè la fase risolutiva con cui si conclude tutto il processo di elaborazione del lutto. Anche in questo episodio la qualità delle tavole è altissima e devo dire che, personalmente, non appena ho concluso la lettura ho sentito il bisogno di metabolizzare il tutto per poi poter ricominciare di nuovo dalla prima pagina.
Per cquanto riguarda la tecnica utilizzata ecco cos’ha detto lo stesso Angri: «per le 5 fasi ho usato china, pennello e qualche analgesico per il mal di capa. Scansione, pulitura, e lettering delle tavole sono opera di Elena Grigoli». Prima di iniziare l’intervista vera e propria vi segnalo le precedenti puntate di questo nostro viaggio alla scoperta del Collettivo DUMMY e de “Le 5 Fasi”: Alberto Ponticelli, Officina Infernale, Squaz, AkaB)
Ciao Tiziano grazie per la disponibilità. Allora, ad un anno dall’uscita che ne dici di provare a fare un bilancio di quest’esperienza editoriale?
«Sul piano umano e creativo è stata un’esperienza d’arricchimento, spesso emozionante, sia fra noi che nel rapporto con il pubblico».
Da cosa nasce l’idea di dare vita ad un progetto come “Le 5 Fasi”?
«Nasce da una ovvia necessità di raccontare. Le modalità, la forma e le tematiche del progetto sono geneticamente e culturalmente parte di chi lo ha messo in piedi».
Sei soddisfatto del risultato finale del tuo lavoro o cambieresti qualcosa?
«Mai soddisfatto».
Cosa ti ha colpito di più nel lavoro dei tuoi “compagni di viaggio” in questa avventura?
«La compattezza, nonostante le avversità e l’eterogeneità che ci distingue. Personalmente sono molto riconoscente agli altri Dummys. Mi hanno tirato fuori dalla prosaica merda nel momento del bisogno».
“Le 5 Fasi” potrebbero avere un seguito? Per lo meno dal punto di vista di un progetto editoriale così particolare e complesso.
«Esiste già un seguito. Scritto, disegnato, impaginato e pronto per le stampe. La scarsità di editori disponibili lo costringe (per il momento) chiuso in un cassetto».
Cosa ti fa arrabbiare nel mondo del fumetto di oggi?
«Le corporazioni mentali, ma soprattutto l’identificazione degli autori nelle aziende o negli editori di riferimento. Questo non mi fa arrabbiare, semmai ridere. Tantissimo».
Cosa ti piace nel mondo del fumetto di oggi?
«La capacità di sfruttare le potenzialità espressive del medium senza autocompiacimenti o limitazioni imposte».
Fumetti e digitale: che ne pensi?
«Sul piano editoriale detesto tablet e affini. I fumetti li preferisco su carta, come la letteratura del resto. La carta può essere un valore aggiunto. Sottrarre il tatto dall’esperienza della lettura significa sottrarre uno dei nostri sensi. E’ una cosa da non sottovalutare».
Muore Moebius e per un giorno tutti si scoprono grandi appassionati o esperti di fumetti (soprattutto in Italia), poi silenzio totale… Come ti spieghi una cosa del genere?
«Per spiegarlo dovremmo parlare di facebook e dei suoi meccanismi compulsivi. Questo non è interessante. Moebius è interessante».
Oggi in Italia tutti si riempiono la bocca con la parola “graphic novel” nel tentativo di dare spessore culturale al fumetto (come se ce ne fosse bisogno). Personalmente credo che esistano fumetti belli, fumetti brutti e fumetti così così, e questo a prescindere dal fatto che si parli di comics, di graphic novel, di fumetti seriali o di “giornaletti”. Che ne pensi di questa moda delle graphic novel?
«Detesto questo dibattito. La questione spesso si risolve in un’eterna masturbazione con vasectomia».
L’ultimo bel fumetto che ti è capitato di leggere è stato…
«”Sweet Salgari” di Bacilieri e “Come un guanto di velluto forgiato nell’acciaio” di Daniel Clowes. Quest’ultimo è un delirio talmente insopportabile da apparire più reale della realtà».
Grazie mille Tiziano!
TITOLO: A volte ritorno
AUTORE: John Niven
EDITORE: Einaudi Stile Libero
EURO: 9,9
PP: 388
Da quando Mosè sul monte Sinai ha taroccato l’unico comandamento “FATE I BRAVI” trasformandolo nel decalogo che tutti conosciamo, il mondo non è stato più lo stesso, a cominciare proprio dalla distorta interpretazione di quelle dieci leggi da parte di generazioni di fanatici religiosi. E che da quel momento le cose abbiano iniziato ad andare a ramengo lo sa bene Dio stesso il quale, tornato dopo una breve vacanza di soli cinque giorni (ma secondo il tempo terrestre durata dal Rinascimento ai giorni nostri) si rende conto che il mondo è ormai compromesso e che del pianeta Terra che Egli aveva creato non è rimasto praticamente nulla da salvare. Perciò quando osserva gli uomini quaggiù e si accorge che non vi sono altro che genocidi, preti pedofili, catastrofi umanitarie, ingiustizie, barbarie, decide che è giunto il tempo di porvi rimedio inviando di nuovo tra gli uomini lo strafattone di suo figlio.
E anche se Gesù non ne è molto convinto, memore di come era finita l’altra volta, suo Padre lo manda a New York in mezzo ad una banda di reietti e sfigati che egli tenta in tutti i modi di aiutare. In realtà il povero Cristo non sa fare un accidenti di niente, tranne una cosa: suonare la chitarra. Tra un episodio esilarante e l’altro, finisce per partecipare a un talent show, ma anche stavolta, come nell’esperienza precedente, risulta per non stare troppo simpatico alle autorità del luogo…
Romanzo tanto irriverente quanto geniale. Alcuni passaggi davvero divertenti, come quello in cui Dio prende a calci in culo Mosè per oltre un secolo fino a fargli diventare le natiche rosse come due barbabietole lessate. Buono anche il rapporto qualità/prezzo.
“Romanzo tanto irriverente quanto geniale.”
Il nostro viaggio tra i meandri del Collettivo DUMMY è arrivato alla quarta tappa. Il protagonista dell’intervista di oggi è AkaB, autore della quarto capitolo de “Le 5 Fasi”, la Depressione (i link alle interviste precedenti Alberto Ponticelli, Officina Infernale, Squaz).
Il lavoro di AkaB è forse uno dei più duri e suggestivi di tutto il volume, vediamo la tecnica utilizzata: «Ho lavorato realizzando singolarmente vignetta per vignetta usando acetati e pennarelli, i neri pieni li ho dati con pennarelli secchi con punta a scalpello imbevuti in una densa china cinese. Poi con la punta delle forbici ho graffiato i disegni come se fossero vetro. La colorazione è in parte digitale, in parte no. Il tutto è stato assemblato successivamente usando la stessa struttura divinatoria del’ I-Ching essendo la mia storia un frammentato mosaico di memoria, come in un unico presente continuo».
Grazie per la disponibilità Akab. Allora, ad un anno dall’uscita che ne dici di provare a fare un bilancio di quest’esperienza editoriale?
«Fatto».
Da cosa nasce l’idea di dare vita ad un progetto come “Le 5 Fasi”?
«Se hai mai lavorato nella più completa solitudine e poi provato le dinamiche del lavoro di gruppo, ti sarai accorto che è in quella sottile diversa vibrazione che c’è la risposta. Non è mai nelle parole».
Sei soddisfatto del risultato finale del tuo lavoro o cambieresti qualcosa?
«Credo valga la pena passare da pazzo e risponderti sinceramente: il primo fenomeno che mi accade quando chiudo un progetto è sentirlo non più mio. Esso si affranca dal proprio creatore come un autonomo frankenstein e a quel punto non posso certo andargli dietro per rifinirgli le cuciture, no? Ormai è sceso nel villaggio a far danni, e io non so suonare il violino».
Cosa ti ha colpito di più nel lavoro dei tuoi “compagni di viaggio” in questa avventura?
«Poco fa’ dormivo. E sognavo. Sognavo le 5 fasi in una versione in cui non esistevano 5 storie (+1) ma un unica grande storia di un architetto che sta perdendo la vista e a cui la vita sta andando in frantumi. Il suo sogno da bambino di diventare un lottatore mascherato contrapposta alla realtà della piccola palestra che frequenta dove le prende sempre e il suo appartamento stipato di spazzatura da cui non riesce più a buttare nulla. Cade in depressione il nostro pugile semi cieco. Visita dottori di ogni genere e vaga senza scopo ricordante le doppia bocca del padre e le doppie tette della madre. Poi la malattia agli occhi degenera e tutto il corpo inizia a trasformasi in sinistri tentacolo neri che ricoprono tutto. E tutti. Qual era la domanda?».
“Le 5 Fasi” potrebbero avere un seguito? Per lo meno dal punto di vista di un progetto editoriale così particolare e complesso.
«”Le 5 fasi” è un libro e di certo non vedo un possibile “Le 6 fasi” in cantiere. Quindi no. Ma il progetto Dummy chiaramente si. Lavoriamo tutti i giorni in maniera invisibile da ormai più di due anni proprio per questo. E’ una cosa a cui tengo molto. Una cosa preziosa. Il miracolo dell’autarchia di gruppo».
Cosa ti fa arrabbiare nel mondo del fumetto di oggi?
«No arrabbiare no. Disagio. Disagio molto. Mi spiace ma mi prendo la responsabilità di quello che dico. L’ambiente del fumetto è pieno zeppo di gente malata patologicamente e troppo spesso non si può che rimanere costernati e inerti di fronte tanta aberrazione. Un senso di totale imbarazzo. Un pò la stessa sensazione che si ha quando si vedono gli spot dei libri di Alfonso Luigi Marra. Ma più deprimente».
Cosa ti piace nel mondo del fumetto di oggi?
«Gli amici».
Fumetti e digitale: che ne pensi?
«Questa domanda mi è stata fatta in un anno almeno 20 volte: ma che problema avete? La musica su vinile o su mp3? Lettera o mail? Le cose vanno sempre come devono andare».
Muore Moebius e per un giorno tutti si scoprono grandi appassionati o esperti di fumetti (soprattutto in Italia), poi silenzio totale… Come ti spieghi una cosa del genere?
«E’ morto Moebius? quando?!».
Oggi in Italia tutti si riempiono la bocca con la parola “graphic novel” nel tentativo di dare spessore culturale al fumetto (come se ce ne fosse bisogno). Personalmente credo che esistano fumetti belli, fumetti brutti e fumetti così così, e questo a prescindere dal fatto che si parli di comics, di graphic novel, di fumetti seriali o di “giornaletti”. Che ne pensi di questa moda delle graphic novel?
«La tua domanda contiene già le risposte».
L’ultimo bel fumetto che ti è capitato di leggere è stato…
«Te ne segnalo due: Ciccia di Dave Coopee e Psiconauti di Alberto Vàzquez. Cose che fanno bene. Al corpo. E allo spirito».
Grazie!
Il viaggio alla scoperta de “Le 5 Fasi” e del Collettivo DUMMY continua
il 21 maggio con l’intervista a Tiziano Angri
“M’era pur sembrato di sentire rumori strani al piano di sopra” – il dito tozzo punta in alto, l’unghia smaltata di madreperla – “Avrei detto gemiti, capisce, il tipo di rumore che non ci si aspetta di sentire nella casa di una signora anziana” – quell’ ‘anziana’ volutamente pronunciato a rilento – “E poi parole straniere un po’ troppo a voce alta, ecco” – continua la signora in vestaglia di lana e ciabatte di spugna, carezzando la radiografia di cane che le è appena saltata in braccio – “Che poi si sa bene: in quella casa ormai la slava la faceva da padrona, con quel suo sorrisetto fasullo e le gonne corte” – e la radiografia di cane a questo punto sembra quasi annuire, col muso temperato a punta di matita, stessa espressione comaresca della padrona – “Sì, che magari al figlio ha fatto anche qualche moina per farsi assumere, capisce cosa intendo?” – e la donna rotea la mano in aria due volte, scoprendo il polso grassoccio, strozzato da un orologio – “Ha parlato col figlio, no? Distino signore, sulla cinquantina, sempre ben vestito, un imprenditore per quel che ne so, moglie giovane, appunto, capisce cosa intendo?” – breve silenzio –“Vi ha chiamato lui, l’ha trovata lui, no? Che tragedia!” il giovane paramedico annuisce frastornato – “Dovrei salire a fargli le condoglianze, a questo punto, sì dovrei, forse” – il giovane paramedico blocca garbato l’inquilina con il palmo della mano e scuotendo il capo le sconsiglia l’azione.
Alle 18.00 di Domenica, il distinto signore si allaccia il cinturino di pelle dell’orologio d’epoca e dà aria ai capelli brizzolati con la punta delle dita, in piedi davanti allo specchio a figura intera nell’ampia camera da letto minimalista. Tre cravatte appoggiate sul mobile accanto, pronte per il sorteggio. Il suo sguardo si lascia distrarre dall’immagine riflessa di una giovane donna che sta uscendo dalla sala da bagno – perché solo così è giusto chiamarla – nella sua linea bruna e slanciata, elegante in un vestito morbido. A passo lento gli si avvicina fino a nascondersi tra le sue scapole. Solo allora lui può sentire la carezza delle mani che risalgono la sua schiena fino alle spalle. Poi, due labbra fanno capolino dalla sua nuca e sorridenti si trasformano in un giocoso, delicato morso sul lobo. Qualche parola sussurrata e di nuovo quel sorriso di burro a chiudere la partita: il potere della bellezza è una costosa patta di fresco di lana che si gonfia solo per pochi, semplici gesti.
Ignorando volutamente la materia nobile nei pantaloni del marito, la donna afferra gatta le tre cravatte, le vaglia, e gli porge la vincitrice, che lui annoda con sapienza borghese, ripiegando con cura il colletto della camicia. Compiaciuta, lei batte le mani delicata come una bambina, lasciando che il solitario all’anulare ammicchi un poco. Quindi, si affaccia alla specchiera e compie il rito della scelta dei gioielli, fossero mai pochi.
Così, il distinto uomo d’affari e la sua Madonna del Petrolio si preparano alla serata e fare la loro entrata sfavillante nel salone della Villa, tra uomini e donne altrettanto ben incorniciati e pronti al prossimo giro di poker corporeo: nulla di meglio per tenere alta la bandiera dell’unione nuziale, che giocare a girare le coppie, infilandosi nei vestiti di altri coniugi, simili e soprattutto paritetici; gli stessi amici che poche ore prima si sorridevano sul sagrato del Duomo, con le pance piene di ostie.
C’è la comunione dello spirito e c’è la comunione della carne.
E poi c’è il pulirsi la coscienza con l’opera pia della visita a una madre anziana, andante sia nello spirito sia nella carne.
Alle 19.00 di Domenica, mentre la pendola del tinello canta l’ora spaccata, le mani ben curate del distinto figlio lisciano nervose il fresco di lana lungo le cosce sedute alla giusta distanza dalla secca figura materna, inghiottita da una poltrona.
“Come andiamo?” – il nulla.
“Coraggio signora, saluta tuo filio” – la voce sottile fuoriscena.
E quel passerotto implume lo guarda a vuoto, come se sapesse realmente che quell’uomo, uscitole una volta dal ventre, è diventato vuoto davvero. La bocca raggrinzita, ma sempre colorata – su prepotente richiesta – da un filo di rossetto rosa, trema come se da un momento all’altro volesse rilasciare parole; ma è la mano, con le due fedi che rotolano sciacquando sull’anulare scheletrico, che dice ciò che c’è da dire: si tende verso l’uomo solo per un minuto, lungo, e poi si accascia rassegnata in grembo.
“Lei bene, tuto bene, mangia e poi guarda tivù con cufie, o noi passa guaio per volume troppo alto, vero signora? Noi passa buon tempo, noi sta bene” – riprende la voce sottile e meno fuori campo.
Il distinto figlio sorvola tranquillamente sopra quel ‘noi’ per il quale in fondo paga mensilmente: il prezzo del sollievo dal comandamento che dice di onorare i genitori.
“Bene, allora ciao mamma, magari torno fra qualche giorno” – quindi drizza lo sguardo verso la slava – “Tu, mi raccomando, sai cosa fare” – e gli occhi neri di lui rimbalzano prima nelle due pozze azzurre della giovane e poi di striscio sul suo seno aguzzo, che annuisce impercettibile come tutto il resto del corpo, in silenzio; solo i capelli d’angelo frusciano di poco, mentre il distinto figlio le si muove accanto e con due passi arriva alla porta d’ingresso, la apre e la chiude con forza. Allora, le pozze azzurre si chiudono stizzite e quando si riaprono non brillano più docili.
Alle 20.00 di Domenica, la sigla del telegiornale si stampa a vuoto nelle pupille lattiginose della povera cara signora mentre consuma la sua cena ospedaliera al cospetto della slava che osserva a braccia conserte gli sbrodolamenti. “Bene, tu ha finito ora” – la giovane comincia a fingere di sparecchiare la tavola quando la mano della cara signora le blocca il polso di scatto; lo sprazzo di lucidità di una forza passata che si ripropone. La slava, per nulla sorpresa del gesto, incrocia lo sguardo blu con il latte, per un secondo di sfida – “Puliscimi!”– un filo di voce vecchia, ma un filo di ferro. La slava intinge sgraziata un lembo del tovagliolo nel bicchiere e come una pialla stira per un attimo quelle rughe sporche – “Rossetto!” – la cara signora padrona ci tiene ora come allora, e la slava passa su quelle due lame di labbra un velo di rosa. “Ecco signora, tu ha ragione, tu ora molto più bella” – ironia esteuropea. Così quel volto di prugna secca, ora appagato, chiude il sipario del rituale dopo pasto, ritornando a calzare uno sguardo tanto vacuo quanto quello riservato al distinto figlio poco prima.
“Ora di tivù” – la slava molla di nuovo quel corpicino alle fauci dalla poltrona, poi ne corona la testa con un paio di cuffie enormi. Il capo della cara signora traballa sotto il peso, rotea e infine si abbandona all’indietro, la slava ghigna, lo schienale blocca la caduta, la slava ghigna ancora. Con un sospiro la cara signora si abbandona al suono, allo schermo blu, a ciò che le attraversa la testa coronata, e sorride. Sorride in rosa, e beata non sente più altro che la tivù. Non sente la sguaiata suoneria che parte dal cellulare della slava poggiato sul tavolo.
Diciamoci la verità: dal nuovo libro di Massimo Carlotto te lo aspetti che vada dritto nei primi dieci. E infatti, all’uscita nelle librerie, “Respiro Corto” (Einaudi) va sparato dritto al quinto posto nella top ten; quello che ti lascia senza parole è che Fulvio Ervas con “Se ti abbraccio non aver paura” (Marcos Y Marcos) gli stia subito dietro la prima settimana (sesto) e poi si arrampichi, quella dopo, al numero quattro.
Sia come sia e risultati alla mano, i punti in comune fra i due autori sono davvero molti e il successo di questi giorni e di questi libri è strameritato. Oggi, alla Zuppa di Barbabietole vorremmo parlarvene. Vediamo perché.
Anzitutto sia Massimo sia Fulvio sono autori di bandiera. Carlotto è rimasto con E/O per almeno una quindicina di romanzi, sedici per l’esattezza, contribuendo in modo significativo al successo dell’editore romano. Ervas con Marcos Y Marcos ha fatto altrettanto divenendo via via un autore fortemente rappresentativo con la serie dell’Ispettore Stucky, per poi esplodere con il recente lavoro. Entrambi veneti, entrambi estimatori l’uno dell’altro, entrambi profondamente legati al territorio, sia Carlotto sia Ervas vedono oggi i loro libri diventare due feticci anticrisi – in termini di copie vendute -grazie soprattutto alla grande coerenza e al coraggio.
Sì, il coraggio di cambiare perché per entrambi il nuovo romanzo rappresenta un grande mutamento di pelle.
Cominciamo da Massimo.
“Respiro Corto” è un romanzo noir dal profondo taglio internazionale e non certo e non solo perché narra una vicenda ambientata fra Marsiglia, Alang, Ciudad del Este, Pripyal e Zurigo ma perché sceglie di anticipare ancora una volta tutti e di raccontare i moderni meccanismi di una criminalità globale in cui gli stessi nuovi esponenti – giovani, preparati, veloci, profondi conoscitori della finanza e dei nuovi mercati – si ribellano alle mafie di cui sono figli per creare una rete transnazionale che cresce e fagocita le economie dei singoli Stati attraverso meccanismi che costruiscono un’economia ombra, illegale e tentacolare che si intreccia drammaticamente con la triade di politica, corruzione e finanza appunto. Da questa premessa, o meglio, da questa reale constatazione, Massimo Carlotto sviluppa un romanzo travolgente con un respiro così corto ma una visione talmente ampia da stare alla pari con un capolavoro come “Il potere del cane” di Don Winslow. Provare per credere. Prendete un mafioso russo, un giovane parsi, un camorrista, una figlia di banchieri svizzeri e piazzateli nel cuore pulsante di una Marsiglia sbranata dalla Guerra dei Territori. Leggetevi le descrizioni di una supersbirra francese – lesbica, durissima, brutta e spietata – che rimette in pista tre investigatori sul baratro professionale e ne fa la sua squadra di cani sciolti con cui monitorare lo spaccio di droga della città francese. Sappiate che Bernadette Bourdet – detta B.B. – stringe alleanze con Armand Grisoni, vecchio boss della mafia corsa e utilizza per i suoi scopi un narcotrafficante in arrivo da Ciudad Del Este. Se a questo punto infilate la mafia cecena e la cricca Bremond – di cui scoprirete tutto leggendo il libro – ebbene vi troverete fra le mani un romanzo che anticipa i tempi, che ha il coraggio di raccontare il moderno volto del crimine e che lo fa con un ritmo, una cura dei dettagli, un cinismo, un “respiro corto”, certo, da far male al cuore. Un lavoro, questo, che meriterebbe non solo di andare in finale all’Edgar – Carlotto c’è già andato con “Arrivederci amore ciao” – ma di vincere il premio a mani basse. Abbandonato quindi lo scacchiere Italia – si tratti del Nordest o della Sardegna – Massimo getta le basi di una storia, anzi subodoriamo di un ciclo, mai così affascinante o meglio mai così stratificato, complesso, ricco e documentato. A tratti la storia è talmente densa di informazioni da far impallidire quel capolavoro che fu “McMafia” di Misha Glenny. Ma quello era un saggio. Qui invece c’è un autore che ha il coraggio di cambiare ancora una volta, di allargare l’orizzonte, prendendosi rischi e responsabilità come pochi altri in giro.
Chapeau.
Ecco spiegate le vere ragioni, crediamo, del successo di questo splendido libro.
E veniamo a Fulvio Ervas.
Per anni cantore della Marca Trevigiana attraverso le sempre ben calibrate avventure dell’ispettore Stucky, autore di una mezza dozzina di romanzi gialli caratterizzati da una scrittura sempre elegante, raffinata, lirica ma non priva di umorismo e di un tocco surreale da cavallo di razza, Fulvio Ervas reinventa la sua scrittura con un romanzo di rara potenza e efficacia.
Certo, la scelta della storia – toccante e commovente – è materia da far tremare i polsi, da far temere di smarrire un equilibrio mai così necessario. Invece Fulvio tiene un registro dolce, sensibile, fresco come una corda da bucato, spolverata di brina. I protagonisti del romanzo di Ervas sono un padre e un figlio: Franco e Andrea Antonello. I due decidono di percorrere trentottomila chilometri per quattro mesi, a cavallo di due Americhe, e lo fanno per combattere l’apparente incomunicabilità cui li costringe la malattia di Andrea: l’autismo.
Ma la grande sfida per Ervas è quella di raccontare una storia vera e di farlo con gusto e attenzione, di modellare le parole di Franco Antonello in modo così discreto e intelligente da lasciare estatici. E allora via con una grande avventura, un’esplorazione, un road movie, a cavallo di una Harley Davidson, giù per le grandi Highway di undici dei cinquanta Stati Americani e poi Messico, Guatemala, Amazzonia e tutto per raccontare un incredibile viaggio fatto di sguardi, di coccodrilli, di sciamani e grandi spazi, ma anche di dialoghi per l’anima e di una rinascita che si temeva smarrita.
Un romanzo straziante e divertente, amaro eppure pieno di speranza, una Commedia Umana infinita tanto che William Saroyan sembra far capolino fra le pagine, il che la dice lunga sull’altissimo livello di questo romanzo.
Fulvio Ervas è stato da sempre un esempio per tanti scrittori: per quel suo coraggio, per la purezza nello sguardo e nel tener fede all’Arte della Scrittura, per dirla con Stevenson. Oggi, ancor di più, lo è per aver accolto con la potente dolcezza del proprio inchiostro l’incredibile storia di Franco e Andrea. Un libro da non perdere. Per nessuna ragione.
Ne “Le 5 Fasi” Squaz è l’autore del terzo capitolo, quello intitolato Patteggiamento (o Autorecriminazione). Con lui prosegue la nostra intervista multipla agli autori di questo fumetto “monstre” che, personalmente, continua a stupirmi e ad emozionarmi ogni volta che lo apro (se per caso vi siete persi le precedenti interviste ad Alberto Ponticelli e a Officina Infernale le trovate qui e qui).
Prima di cominciare l’intervista diamo il solito sguardo a come l’autore ha descritto il suo modo lavorare per quest’opera straordinaria: «La tecnica da me usata è una normalissima china su carta, colorata in digitale».
Ciao Squaz, ad un anno dall’uscita che ne dici di provare a fare un bilancio di quest’esperienza editoriale?
«E’ stato esaltante e frustrante nello stesso tempo. Esaltante, per come è nata e si è sviluppata la collaborazione di gruppo, ed il risultato finale è stato superiore alle nostre stesse aspettative. Frustrante, forse, per le stesse ragioni. Confrontarsi continuamente con gli altri, specialmente se questi altri non sono (siamo) abitualmente campioni di equilibrio e diplomazia, mette i nervi a dura prova. Ma ne siamo usciti bene, direi.
Poi è stato positivo notare che il grande formato del libro ed il prezzo relativamente alto non hanno scoraggiato i lettori. Poteva andare peggio.
In generale, mi sembra che se ne sia parlato meno di quanto effettivamente meritasse. Ancora adesso, c’è gente (non gente qualsiasi, ma gente del “settore”) che non ne ha proprio sentito parlare. Distrazione? Colpa nostra che non facciamo gli uomini-sandwich? Frega qualcosa?».
Da cosa nasce l’idea di dare vita ad un progetto come “Le 5 Fasi”?
«Di questi tempi, l’idea stessa di sei autori di fumetti che decidono di lavorare insieme ad un progetto comune è piuttosto anomala. Intanto, non siamo una rock band, e poi gli anni ’60 sono passati da un pezzo, e così pure la voglia di sperimentazione. Se poi lo spunto è quello di parlare di dolore, inadeguatezza, necessità di elaborare la sofferenza e così via, è chiaro che, per risponderti, bisogna scavare nelle angosce e nelle frustrazioni di ognuno di noi.
L’obiettivo era di dare vita ad un progetto potente, che avesse una sua ragione intima, e non solo fare un bel libro. Nello stesso tempo, per essere veramente convincenti, abbiamo sentito il bisogno di unire le forze. Sei persone che gridano insieme fanno più casino di uno solo, anche se è Pavarotti».
Sei soddisfatto del risultato finale del tuo lavoro o cambieresti qualcosa?
«Sono soddisfatto specialmente delle cose venute male. Cambierei sempre qualcosa, riguardando i miei lavori, ma qui è stato un po’ diverso. Ho cercato di dare il massimo, solo che non mi veniva richiesta la perfezione, ma di mettermi un po’ a nudo e di scoperchiare cose di me che non mi piacciono o che normalmente non vorrei affrontare.
Anche se non ho lavorato sull’autobiografia, c’è tantissimo di me nella storia del “patteggiamento” e quindi, se qualcosa non funziona oppure si inceppa, molto probabilmente è perché sono fatto male io».
Cosa ti ha colpito di più nel lavoro dei tuoi “compagni di viaggio” in questa avventura?
«La capacità, soprattutto da un certo punto in poi, di mettere da parte le esigenze personali e di entrare in sintonia con gli altri, quando tutto avrebbe fatto pensare che eravamo troppo diversi e male assortiti per combinare qualcosa di buono insieme. Una specie di “riscatto” collettivo. E adesso possiamo tornare a starci sullle palle, almeno per un po’».
“Le 5 Fasi” potrebbero avere un seguito? Per lo meno dal punto di vista di un progetto editoriale così particolare e complesso.
«L’intenzione in realtà c’è già. A conti fatti, un libro del genere è quasi un manifesto, espressivo e metodologico, e ce ne rendevamo già conto mentre lo stavamo facendo. Sembra l’inizio di qualcosa, più che un’opera che si esaurisce in sé stessa. Per me, lasciare che un fumetto come “Le 5 Fasi” resti un caso isolato, sarebbe un po’ tradirlo. E poi, prima mentivo, ormai ci divertiamo. Siamo come i tre porcellini, al quadrato».
Cosa ti fa arrabbiare nel mondo del fumetto di oggi?
«Troppe chiacchiere, per un ambiente così minuscolo e, al di fuori di questo, a nessuno importa niente. Ce l’ho anche con i lettori, però. I veri colpevoli sono loro. Bastardelli ingrati. Loro ed i loro genitori».
Cosa ti piace nel mondo del fumetto di oggi?
«Rispetto a quando ho cominciato io, vedo una maggiore varietà nelle proposte. Se sei bravo e stai nelle tue belle caselle, puoi pubblicare abbastanza facilmente. Gratis. A parte questo, vedo un sacco di fumettisti bravissimi che invidio e odio fraternamente».
Fumetti e digitale: che ne pensi?
«Il digitale cambia parecchio il modo in cui percepisci le immagini. Se si passerà al digitale, si dovrà ripensare il fumetto fin quasi dalle basi. E probabilmente, a quel punto, si chiamerà pure in un altro modo».
Muore Moebius e per un giorno tutti si scoprono grandi appassionati o esperti di fumetti (soprattutto in Italia), poi silenzio totale… Come ti spieghi una cosa del genere?
«Non me la spiego. Ho smesso di cercare spiegazioni nel 1975. Comunque, di Moebius ne nasce uno ogni paccata d’anni. Sarà per quello».
Oggi in Italia tutti si riempiono la bocca con la parola “graphic novel” nel tentativo di dare spessore culturale al fumetto (come se ce ne fosse bisogno). Personalmente credo che esistano fumetti belli, fumetti brutti e fumetti così così, e questo a prescindere dal fatto che si parli di comics, di graphic novel, di fumetti seriali o di “giornaletti”. Che ne pensi di questa moda delle graphic novel?
«E’ come dici tu. Il fumetto non ha bisogno di dimostrare di avere una sua dignità culturale: ce l’ha già! Le mode vanno e vengono. Questa del graphic novel ha l’indiscutibile pregio di cercare nuove vie d’accesso ai lettori (per quanto di mezz’età), e l’innegabile difetto di tagliar fuori tutto quello che non rientra nella categoria».
L’ultimo bel fumetto che ti è capitato di leggere è stato…
«Mmm… direi “Trama” di Ratigher e “Palindromi” di MP5 (anche se quest’ultimo non è strettamente un fumetto… o forse è proprio per quello?)».
Grazie!
Il viaggio alla scoperta de “Le 5 Fasi” e del Collettivo DUMMY continua
il 14 maggio con l’intervista a AkaB
TITOLO: Per legge superiore
AUTORE: Giorgio Fontana
EDITORE: Sellerio
EURO: 13,00
PP: 256
Un romanzo denso e bello. Una scrittura chirurgica e asciutta.
“Per legge superiore” di Gorgio Fontana è una storia che riassume in sé temi e significati che raramente vengono affrontati dalla narrativa giudiziaria, per l’appunto quella “legge superiore” che ordina ad ogni magistrato di diventare ciò che deve essere e soltanto quello: un reale strumento di giustizia in grado di rifiutare ogni compromesso con la carriera e con le aspettative di un mondo circostante che si nutre di favole rassicuranti anche a scapito della verità.
Il protagonista che vive sulla sua pelle questo dilemma morale ed esistenziale è l’ultrasessantenne Roberto Doni, sostituto procuratore milanese prossimo al più alto incarico della sua lunga e specchiata carriera. Tutto accade quando gli viene affidato un caso apparentemente semplice nel quale dovrà sostenere l’accusa contro un muratore tunisino accusato di un crimine terribile. Sembra tutto chiaro e banalmente scontato. A questo punto però interviene nella vicenda Elena, una giovane giornalista freelance che incontra Doni e gli chiede, convinta dell’innocenza dell’imputato, di proporne l’assoluzione. Sarà la stessa Elena a risvegliare nel magistrato una coscienza del tutto nuova e inaspettata, attraverso un’inchiesta approfondita svolta nel mondo di via Padova, tra la sua gente, le sue strade, gli intrecci che lì si intersecano e si aggrovigliano come matasse. E la verità, quella cui soltanto deve rispondere un reale strumento di giustizia, si scoprirà essere ben altra da quella comoda e apparente che si credeva.
Trama semplice, ma storia e intreccio notevoli.
Davvero un bel romanzo.
“Un romanzo denso e bello. Una scrittura chirurgica e asciutta”
THE GODFATHER OF GORE
Be’, se vi siete mai chiesti come si è passati dalla commedia italiana anni 60 allo splatter, la risposta è una sola: Lucio Fulci.
Roma, 1927-1996, Fulci fece molto per la commedia italiana degli anni 60: diresse e scrisse per Totò, Adriano Celentano, Tony Dallara, Fred Buscaglione e scoprì il duo comico Ciccio Ingrassia e Franco Franchi. Dagli anni settanta in poi iniziò a sperimentare il cinema di genere. E se li fece tutti, i generi, ma proprio tutti. Dai film d’avventura per ragazzi tipo ‘Il ritorno di Zanna Bianca’ alla fantascienza post-apocalittica dei ‘I guerrieri dell’anno 2072’, passando per il poliziesco, il giallo, il porno e l’horror, mettendoci dentro, sempre e comunque la sua personale visione di cinema.
Il 1979 fu l’anno della svolta: gli fu commissionato un film di zombie con l’idea di farne una copia tale e quale a quella di George Romero, ma lui stupì tutti creando un film molto personale, lanciandosi così da quel momento come l’indiscusso maestro dello splatter, il poeta del macabro.
Dopo ‘Zombie 2’ girò molti altri film horror-splatter: ‘Paura nella città dei morti viventi’, ‘…E tu vivrai nel terrore! L’aldilà’, ‘Black Cat’, ‘Quella villa accanto al cimitero’ e molti, molti altri. Tutti prodotti artigianali e nostrani dove il genio creativo riempiva il basso budget iniziale. Dove la paura scorreva a fiotti di pomodoro e manichini di cera.
Da Stephen King a Quentin Tarantino passando per Wes Craven e Clive Baker, sono molti quelli che hanno omaggiato il grande maestro ‘riciclando’. Oggi li chiamano ‘remake’ ma non sono altro che ricicli di film italiani, francesi, inglesi, norvegesi e avanti così fino all’estremo oriente.
Grandi riciclatori, così li chiamava Fulci.
E parlando di mostri sacri dell’horror italiano non possiamo esimerci dal citare Dario Argento. A una domanda secca di un giornalista su quale film avrebbe voluto girare di un suo collega, lui rispose altrettanto seccamente: ‘Non si sevizia un paperino’ di Fulci (bravo Dario, non deve essere stato tanto facile ammetterlo).
La pellicola in questione è un film del 1972 con la bellissima Barbara Bouchet e l’immenso Tomas Milian. Solo a parlarne mi emoziono. Quando sento quella cazzo di canzone della Vanoni “Quei giorni insieme a te”, che fa da sottofondo a una scena memorabile di linciaggio in un cimitero, io mi commuovo. Sì, piango. In fondo anche gli zombie sono fatti di carne e ossa, no?
Personalmente credo che la trilogia del giallo di Argento, assieme a questo lungometraggio di Fulci, siano forse i migliori gialli mai prodotti in Italia.
Il nostro poeta però, a differenza dei suoi colleghi, non se la passò tanto bene nella vita. La moglie morta suicida per un’errata diagnosi di un carcinoma, i problemi alle gambe che in vecchiaia lo portarono sopra una sedia rotelle, le spese mediche che dilapidarono l’intero patrimonio lo portarono a vivere in una baracca ai margini della città, ai margini di Cinecittà.
E del cinema.
Godfather of gore, così lo ricordano ora gli americani.
Ma l’opera di Fulci andò oltre il semplice splatter, i suoi film sanguinolenti e onirici ricordano le ultime pennellate impressioniste di Vincent Van Gogh, quelle che tratteggiarono corvi neri che volano bassi sul mondo.
Proprio come successe a Van Gogh, abbiamo dovuto aspettare che venisse sepolto sotto tre metri di terra anche il nostro ‘poeta del macabro’ per dare finalmente merito al suo lavoro, portandolo diritto nell’olimpo infernale dei maestri dell’horror italiano.
Ma forse doveva andare proprio così.
A quanto pare, zombie si nasce.
Dopo l’intervista ad Alberto Ponticelli pubblicata la settimana scorsa ecco una nuova tappa del nostro viaggio dentro a “Le 5 Fasi”, fumetto-capolavoro pubblicato l’anno scorso dal Collettivo DUMMY con Edizioni BD. Il secondo episodio del volume, Rabbia, è stato realizzato da Officina Infernale che naturalmente è il protagonista dell’intervista di oggi.
Personalmente adoro lo stile di Officina Infernale e il suo sia uno di capitoli più belli di tutto il volume, ecco come lui stesso descrive il suo lavoro ne Le 5 Fasi: «Ho usato una tecnica mista a base di acquerello, china, acrilico, aerografo e collage. Colonna sonora a base di Electric Wizard, Slayer, Kvelertak, Crossed Out, Hank Williams III, Eyehategod. Ulteriori livelli di pennellate, acquerelli, retini, graffi e macchie varie. Cibo Spazzatura. 2 Settimane a San Diego, cibo spazzatura (molto) e skateboarding (molto poco io). Ho stampato tutto su carta fotografica, 2 copie per pagina, una di base, una poi ritagliata per l’effetto “collage sfasato”. Nessun lottatore messicano è stato usato contro la sua volontà, tutti i protagonisti sono maggiorenni. Altri interventi poi di acrilico, graffi, aerografo, pastelli. Il tutto assemblato in un pentacolo tracciato con il sangue, sacrifici umani e riti blasfemi inimmaginabili».
Allora Officina Infernale, ad un anno dall’uscita che ne dici di provare a fare un bilancio di quest’esperienza editoriale?
«L’abbiamo fatto, presentato, venduto, fine».
Da cosa nasce l’idea di dare vita ad un progetto come “Le 5 Fasi”?
«L’idea è quella di provare a fare quello che sentiamo in un medium lasciato marcire in mano ai bulli e alla miseria di formato e contenuto».
Sei soddisfatto del risultato finale del tuo lavoro o cambieresti qualcosa?
«Si sono soddisfatto, non cambierei nulla anche perchè ho cambiato gia tutto all’inizio. Quando ho visto il libro la prima volta sono rimasto senza parole».
Cosa ti ha colpito di più nel lavoro dei tuoi “compagni di viaggio” in questa avventura?
«La cosa bellissima è stata la “sinergia”: nonostante i vari confronti si è sempre trovata una soluzione e alla fine anche se siamo abituati a lavorare in solitaria lavorare in gruppo ha funzionato alla grande».
“Le 5 Fasi” potrebbero avere un seguito? Per lo meno dal punto di vista di un progetto editoriale così particolare e complesso.
«Non penso che ci sarà un sequel, ma sicuramente con il Collettivo DUMMY andremo avanti, stiamo solo aspettando il momento giusto».
Cosa ti fa arrabbiare nel mondo del fumetto di oggi?
«La stagnazione a livello di idee, l’affrontare un lavoro creativo come si stesse compilando un modulo F24, l’esaltare la pochezza di contenuti pensando di stare facendo chissà cosa, l’mbecillità di certi seguaci, di certi siti, di certi blogger».
Cosa ti piace nel mondo del fumetto di oggi?
«Mi piacciono molte le realtà indipendenti, sempre in movimento e propositive, l’esatto contrario dei “grossi” editori congelati nella loro putrefazione».
Fumetti e digitale: che ne pensi?
«Questa cosa mi fa ridere, nel senso che in Italia qualsiasi passo evolutivo a livello di tecnologia sembra un evento da interrogazione parlamentare. Il digitale sicuramente non impedirà di mettere dentro ad un iPad fumetti di merda… il problema sicuramente non è il mezzo».
Muore Moebius e per un giorno tutti si scoprono grandi appassionati o esperti di fumetti (soprattutto in Italia), poi silenzio totale… Come ti spieghi una cosa del genere?
«Un altro classico, come quelli che si fanno la foto sulla nave mezza affondata. La morte come elemento aggregativo e di discussione sembra interessante, da approfondire. Il web ha generato dei mostri ma comunque è stato meno patetico di un’altra morte celebre qualche mese prima, forse perchè era francese e non ci aveva collaborato nessun piagnone di turno. Ad ogni modo a me di Moebious non è mai fregato un cazzo, sicuramente è stato un grande, anche se l’espressione “fumetto a forma di elefante” mi è sempre stata sulle palle…».
Oggi in Italia tutti si riempiono la bocca con la parola “graphic novel” nel tentativo di dare spessore culturale al fumetto (come se ce ne fosse bisogno). Personalmente credo che esistano fumetti belli, fumetti brutti e fumetti così così, e questo a prescindere dal fatto che si parli di comics, di graphic novel, di fumetti seriali o di “giornaletti”. Che ne pensi di questa moda delle graphic novel?
«La prima volta che sono venuto in contatto con la parola “graphic novel” è stato con un albo di Dazzler della Marvel e poi con “Love and war” di Miller/Sienkiewicz, era un termine che la Marvel aveva dato ad una serie di albi con un formato diverso e con storie autoconclusive, la maggiorparte disegnate con il buco del culo. Questo per me è sempre stata la Graphic Novel, poi è venuto tutto il resto… adesso usano questo termine per giustificare una sorta di contenuto culturale in un medium considerato per mentecatti, un po’ come i metallari che dicono che ascoltano musica classica per non fare la figura degli ignoranti».
L’ultimo bel fumetto che ti è capitato di leggere è stato…
«Scarlet di Bendis e Maleev, varia roba del Punisher, la Quarta necessita di Luttazzi e Giacon».
Grazie!
Il viaggio alla scoperta de “Le 5 Fasi” e del Collettivo DUMMY
continua il 7 maggio con l’intervista a Squaz
Titolo: Metropia
Anno e Paese di provenienza: 2009 (Svezia)
Regia: Tarik Saleh
Genere: Animazione
Durata: 80’
Probabilmente non se ne sentiva il bisogno: il filone narrativo distopico ha già abbondantemente fatto la sua parte con Il mondo nuovo di Aldous Huxley, 1984 di George Orwell, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (e, se vogliamo incastrarli nel genere, pure con Il signore delle mosche di William Golding e il supremo Battle Royale di Koushun Takami).
Metropia, cartoon svedese del 2009, merita comunque attenzione grazie alla tecnica utilizzata per realizzarlo, elaborata da un gruppo di illustratori (con a capo il regista Tarik Saleh) quasi tutti provenienti dal mondo graffitaro.
Questa la trama: in un futuro prossimo la mancanza di petrolio costringe gli Europei a spostarsi per mezzo di un’unica grande rete metropolitana.
Roger, il protagonista, vive a Stoccolma. È il classico uomo qualunque (oddio, gli uomini qualunque svedesi sono molto più carini di questo misero ometto, ma bisognerà trattare l’argomento in un’altra rubrica). Insomma il povero Roger si accorge di sentire una strana voce nella sua testa ogni qual volta scende nell’underground. L’intera rete è in mano alla Trexx, una multinazionale che produce pure uno shampoo blu, il Dangst. Grazie allo shampoo, che penetra nel sistema nervoso degli esseri umani attraverso i bulbi piliferi, la Trexxriesce a controllare tutta la popolazione.
La locandina di Metropia
Alla ricerca di una risposta alla misteriosa voce che gli ronza nel cervello, Roger si inoltrerà nei sotterranei della metropolitana. A spingerlo sarà anche l’attrazione per la misteriosa Nina (e di lei nulla vi dico perché sarebbe tutto uno spoiler), che lo coinvolgerà in una serie di intrighi in lungo e in largo per l’Europa.
La realizzazione di Metropia ha coinvolto, nel corso di sei anni, un centinaio di persone. Gli illustratori e il regista, come già detto, saltano fuori dall’universo della graffiti art. Vale inoltre la pena sottolineare la partecipazione di Stieg Larsson, in veste di sceneggiatore. Vincent Gallo e di Juliette Lewis hanno prestato la loro voce a Roger e a Nina. L’attore svedese Alexander Skarsgård (True Blood) doppia invece Stefan.
Metropia risente profondamente del background graffitaro di Saleh e dei suoi collaboratori. L’animatore Isak Gjersten ha dato vita ai personaggi ispirandosi a Jurij Norštejn (il poeta dell’animazione russa) e ai primi film Disney, utilizzando i vecchi trucchi del cinema su base digitale (la tecnica avanzata della cutout animation con Adobe After Effects). Ogni personaggio di contiene più di 80 “strati” che possono venire animati. L’intento era quello di creare qualcosa di personale, non impostato esclusivamente sull’evoluzione del digitale (in poche parole: le limitazioni tecniche sono diventate lo strumento per trovare la libertà espressiva).
Riassumendo, storia carina e animazione originale. Unico neo: la sceneggiatura è piuttosto intricata e forse alcune scene necessitano di una doppia visione per capirci qualcosa. Tutto qui. Ma io direi che il gioco vale la candela. Se non altro per la presenza di Vincent Gallo, che giustifica qualsiasi azione (e quindi anche la visione di un cartoon con qualche pecca).